Quel bimbo a piedi e le cicatrici scambiate per medaglie

Forse è il momento di dirlo senza eroismi: non tutto ciò che ci ha fatto soffrire ci ha resi migliori. Crescere non dovrebbe significare “io ho sofferto, quindi tocca anche a te”. Dovrebbe significare l’esatto contrario: “Io ho sofferto, quindi cerco di evitare che succeda ancora

Enrico Galiano
Bambino di 11 anni lasciato giù dal bus e costretto a tornare a casa sotto la neve
Bambino di 11 anni lasciato giù dal bus e costretto a tornare a casa sotto la neve

Mi sa che questa l’avete letta tutti. Un bambino di undici anni, a Belluno, viene fatto scendere dall’autobus perché non ha il biglietto giusto.

È inverno, fa freddo, deve tornare a casa a piedi. Le dinamiche sono ancora poco chiare, ci sono versioni diverse, responsabilità da stabilire. E infatti no, non è di questo che voglio parlare.

Perché prima ancora che arrivino le conclusioni, è arrivata un’altra cosa, puntuale, inevitabile: i commenti.

E lì, più che un dibattito, è partita una sfilata di ricordi virili: “Io alla sua età andavo a scuola a piedi in mezzo ai boschi!”. E giù con scene da film d’avventura: neve fino alle ginocchia, scarpe di cartone, fossi saltati per lungo. E nessuno che si lamentava. Applausi.

È una nostalgia particolare, quella di chi rimpiange la fatica più dell’infanzia. Come se la sofferenza fosse stata una palestra morale, una scuola di vita obbligatoria.

C’è sempre qualcuno che rilancia: io facevo dieci chilometri, io tornavo da solo al buio fra i lupi, io avevo paura ma zitto.

È una specie di Olimpiade del disagio, senza premi ma con tanto orgoglio. Il messaggio è chiaro: se ce l’ho fatta io, allora era giusto così. Anzi, educativo.

Peccato che questa glorificazione del “Noi siamo sopravvissuti” abbia prodotto danni enormi. Ha prodotto adulti convinti che l’affetto sia un lusso, che la cura sia una debolezza, che chiedere aiuto sia una vergogna.

Gente che ha imparato presto a cavarsela da sola e non ha mai imparato a farsi voler bene. E che oggi, a cinquant’anni, ha una fame di attenzioni tale da cercarlo ovunque: nei commenti sotto i post, nei like messi a raffica, nei “buongiornissimo” condivisi all’alba come segnali di fumo.

Forse è il momento di dirlo senza eroismi: non tutto ciò che ci ha fatto soffrire ci ha resi migliori. A volte ci ha solo resi più duri. Più chiusi. Meno capaci di proteggere chi viene dopo. Crescere non dovrebbe significare “io ho sofferto, quindi tocca anche a te”.

Dovrebbe significare l’esatto contrario: “Io ho sofferto, quindi cerco di evitare che succeda ancora”. Finché continueremo a scambiare le cicatrici per medaglie, continueremo a passare il dolore come un testimone. E a chiamarlo, con una certa fierezza, educazione. 

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