Mar Rosso, la rotta dei guai: gli equilibrismi del governo tra sovranismo e diplomazia
La sfida di Crosetto all’Europa e la retorica da aspirante potenza militare

La premessa è che non bisogna essere scaramantici. Bab el-Mandeb, lo stretto di 26 chilometri lungo il quale si celebrano le nozze fra il Golfo di Aden e il Mar Rosso, significa Porta delle Lacrime, colpa di un leggendario terremoto e della strage che ne seguì.
È un luogo strategico da sempre: intorno all’anno 100 ci transitava una decina di navi romane al mese diretta in India e, secoli più tardi, fu preso dai britannici (1799) che lo hanno tenuto sino a quando, nel 1967, lo hanno consegnato allo Yemen.
Qui, in marzo, incrociava un minimo di settanta portacontainer e petroliere al giorno. Poi è scoppiata la sconclusionata guerra iraniana che ha moltiplicato gli attacchi dei “ribelli” Houthi in Yemen e dintorni, così il traffico è crollato. Ora i passaggi sono la metà. E, alla luce delle minacce dei gruppi armati sciiti filo-Teheran, gli analisti prevedono che la situazione possa peggiorare.
L’interesse italiano è evidente e l’allarme di Guido Crosetto è fondato. Avverte che a Bab el-Mandeb non è garantita la sicurezza e che, senza un’adeguata copertura europea, l’Italia farà da sé, ma – è l’intenzione - appoggiando soltanto le navi di interesse e bandiera nazionali. Sembra una sfida, anche se poi il ministro della Difesa scrive alla rappresentante per gli Esteri, Kaja Kallas, chiedendo (e ottenendo) la rimessa in moto del concerto a dodici stelle.
Due considerazioni
Il ragionamento dell’esponente FdI muove da due considerazioni principali, a partire dal fatto che Aspides - la missione difensiva lanciata dall’Ue nel febbraio 2024 per blindare quelle acque tempestose (non solo meteorologicamente) proprio dalle incursioni Houthi - ha perso smalto e non ha dato i risultati attesi.
Al momento risultano schierate tre fregate – una italiana, una francese e una greca – oltre che un cacciamine belga, mentre le unità dislocate in principio da Germania e Paesi Bassi hanno lasciato l’area due anni fa e non sono state sostituite. La multiruolo Bergamini è ormeggiata a Gibuti a un centinaio di chilometri dal quadrante conteso e in serata ha ricevuto l’ordine di scortare una nave nei prossimi due giorni.
Il secondo argomento italiano trova le radici nella carta geografica. Chiuso Hormuz, e stretto il canalone delle Lacrime, una parte rilevante dei cargo preferisce circumnavigare l’Africa: costa più caro per carburanti, noli e assicurazioni, ma è un percorso più sicuro.
A parte l’aspetto economico, la tendenza potrebbe penalizzare gli approdi mediterranei (da Marsiglia a Trieste) a vantaggio di scali già più grandi come Rotterdam e Amburgo. È un’evidente asimmetria che genera sospetti sulla disattenzione de L’Aja e di Berlino, le quali, col brutto clima politico che tira dalle loro parti, potrebbero ridurre gli impegni europei e tentare un riorientamento della logistica verso le loro banchine.
Le incognite
Sin qui, la teoria può andare bene, soprattutto quando si rammenta che – in fasi più tranquille – il 40% del traffico commerciale marittimo nazionale sfrecciava attraverso Suez. Le incognite nascono tuttavia sul come attuare il piano, principalmente perché più osservatori suggeriscono che una risposta efficace non possa che venire da un’azione collettiva, pertanto ammettono che è rincuorante vedere il ministro Crosetto scrivere a Bruxelles e invocare che Aspides faccia il suo dovere, cosa avvenuta.
«Se tutti si muovono da soli, avete presente il disordine che si viene a creare?», grugnisce una fonte diplomatica bruxellese, se non altro perché in quelle acque si aggira pure l’operazione angloamericana Prosperity Guardian. Oltretutto, aggiunge, non sarebbe facile proteggere solo i nostri: «Che farebbe la Bergamini in prossimità di una petroliera tedesca attaccata dagli Houthi?».
La temperatura riflette una politica europea del governo Meloni che continua a vivere di equilibrismi. Chiede più Difesa, ma è in parte contrario a sostenere l’Ucraina. Sentendosi non a torto abbandonato a Bab el-Mandeb, vuole che l’Europa sia più attiva, ma è disposto ad agire senza aiuti all’imbocco del Mar Rosso. Quindi sollecita l’aiuto dell’Unione. E lo ottiene. Per ora.
Strappo minacciato
Basterà? Nei corridoi bruxellesi si parla di uno strappo minacciato per convincere i partner comunitari a rispettare gli obblighi come lo stiamo facendo noi. Ma c’è anche il timore che sia un’altra storia. Mentre la tv di Stato dà risalto alle imprese degli aerei italiani in Lituania e in Arabia, si legge nella trama di Palazzo Chigi una retorica da aspirante potenza militare che a un anno dalle elezioni non sorprende, pur figurando un evidente cambio di passo per l’approccio di Roma.
In una stagione in cui Mosca fa il gatto imperialista col confuso topo a dodici stelle, e i nazionalismi ricominciano a dare il peggio di sé, sarebbe più sicuro e confortante andare in una direzione contraria, meglio se dialogante e non ostinata come, in effetti, è successo proprio venerdì 18 settembre.
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