Lo stop alla riforma della Sanità e la maggioranza che si fa sgambetti

Altro segnale di debolezza dell’esecutivo di fronte al pressing delle lobby più potenti. Ancora una volta il centrodestra si incarta sul merito dei provvedimenti da attuare 

Carlo BertiniCarlo Bertini
La premier Giorgia Meloni
La premier Giorgia Meloni

La questione è assai spinosa perché tocca un nervo sensibile come la salute degli italiani e un nervo scoperto di questa alleanza di governo: la coazione a dividersi nei momenti clou della battaglia, quando si tratta di portare a casa riforme cruciali.

È il caso ad esempio della legge elettorale voluta da Meloni, dove la maggioranza ha già presentato due bozze diverse di testo in commissione, litigando al suo interno su dove andare a parare, salvata dalla timidezza delle opposizioni che non stanno facendo le barricate; è il caso dell’Autonomia regionale voluta dalla Lega, che prima di esser smontata dalla Consulta nei suoi articoli fondativi, ha dovuto vedersela con una sorta di sabotaggio silenzioso dei partiti sudisti, in primis Forza Italia; e ora è il turno della riforma della Sanità, voluta da un tecnico indipendente come il ministro Schillaci, che avrebbe potuto essere un fiore all’occhiello di questo governo e che si sta rivelando invece un’altra incompiuta ferma sull’orlo del burrone.

Lo stop alla riforma sulle Case di Comunità, quei consultori pensati per dar modo ai cittadini di evitare ospedali e pronto soccorso, è un altro segnale di debolezza dell’esecutivo di fronte al pressing delle lobby più potenti.

Per l’ennesima volta conferma che la coesione granitica del centrodestra meloniano, fin qui immune da seri inciampi in Parlamento, si scontra con una tendenza a incartarsi sul merito dei provvedimenti da attuare, tale da renderli gusci vuoti o più spesso occasioni mancate: come appunto avvenuto con l’Autonomia regionale ferma al palo da mesi.

Ma la grana della Sanità rischia di trasformarsi in un boomerang sociale di portata nazionale ad un anno delle elezioni: il progetto meritorio di avvicinare i luoghi di prima assistenza medica ai cittadini, arenato per contrasti interni alla maggioranza e con le categorie, richiede alla premier uno scatto di reni in termini di autorevolezza.

Nello specifico, il problema è rendere operative, riempiendole di medici, quelle Case di Comunità che costituiscono il pilastro della missione Salute del Pnrr, per la quale sono stati stanziati 2 miliardi di euro.

Una riforma con nobili intenti e ottime intenzioni che è andata a infrangersi contro un muro di obiezioni sull’inquadramento che andrebbe dato ai professionisti di medicina generale che accettino di prestare servizio al pubblico in queste strutture, ma che sono difesi da sindacati restii a farli diventare dipendenti del SSN.

A dare una patina di surrealismo alla vicenda è che mentre i governatori delle regioni di tutti i colori tifano per questa innovazione, in prima fila quelli di centrodestra di Lombardia e Lazio, i loro partiti di riferimento nella capitale remano contro. Alle perplessità di Fdi e Forza Italia si sono unite quelle della Lega ed ora si tratterà di scongelare questa ennesima incompiuta, con un decreto di mediazione difficile da partorire in tempo utile, tali e tante sono le resistenze.

Dopo la “sfortuna” di veder affossata la riforma della Giustizia dal popolo, a Meloni potrebbe toccare anche la sfortuna di veder affossata dalla sua maggioranza una riforma che il popolo intero forse avrebbe benedetto. Mentre in molte province i malati potrebbero finire nel girone degli esodati, con gli studi dei medici di famiglia chiusi e le Case di comunità vuote...

 

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