Il paradosso dello sport in Italia, dove vince chi fa da sè

Mentre il calcio vive una crisi economica prima che tecnica gli sport olimpici continuano a crescere: record di medaglie invernali a Cortina (30) e dal doppio record estivo (40 a Parigi e Tokyo). Ecco il paradosso: più trionfi dove c’è molto meno interesse 

Giovanni ArmaniniGiovanni Armanini
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con le medaglie d'oro di slittino, Voetter e Oberhofer
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con le medaglie d'oro di slittino, Voetter e Oberhofer

Tra qualche giorno potremmo salutare con tutta probabilità almeno due italiane su tre in Champions League.

Qualche chance stasera per l’Inter, al lumicino per la Juve, poche per l’Atalanta. Ed allora come in “Ricomincio da capo”, il film in cui la stessa vicenda si ripeteva in loop all’infinito, torneremo ad analizzare la crisi del calcio italiano, probabilmente dicendoci le solite cose e ripetendocele tra un mese se la nazionale dovesse fallire per la terza volta l’accesso ai mondiali.

Allargando lo scenario, tuttavia, il nostro calcio non è così in crisi come sembra e l’impressione è piuttosto che il grande paradosso dello sport italiano sia un altro e cresca ad ogni edizione olimpica: dove c’è meno interesse si fanno più vittorie. Il calcio, sport più praticato, vissuto e discusso, vive una involuzione - in realtà più economica e gestionale che tecnica - da più di due decenni, mentre alle Olimpiadi, veniamo dal record di medaglie invernali a Cortina (30) e dal doppio record estivo (40 a Parigi e Tokyo).

Viene il dubbio che la nostra atavica incapacità di fare sistema abbia i suoi aspetti positivi nel “chi fa da sé”.

Lo sport costa, sempre di più, e in qualche modo va finanziato, e da anni ormai pure il calcio, storicamente gratuito e democratico per antonomasia, richiede quote d’iscrizione ai bambini per frequentare le scuole calcio.

Per questo, spesa per spesa, le famiglie optano spesso per altre strade. Non è vero, peraltro, che i giovani non fanno sport. Piuttosto: non hanno mai avuto così tante opzioni a disposizione per poter praticare uno sport diverso dal calcio, che una volta era la scelta per eccellenza mentre il resto era un ripiego.

Chi dice che i ragazzini sono sedentari confonde la vita all’aria aperta (il “non si gioca più per strada”, come se negli altri paesi europei ci fossero i vicoli pieni) con la pratica sportiva. Qui quel che ci differenzia dagli altri Paesi è che magari altrove ci si organizza meglio e le strutture sono migliori.

Il fallimento è più sul piano infrastrutturale: dagli stadi di calcio impossibili da costruire ai playground di tutti gli altri sport professionistici.

Per incanto ne spuntano di nuovi solo in prossimità degli eventi. Per questo la Figc ha chiesto Euro 2032, ottenendola però solo in comproprietà con la Turchia (e con l’assegnazione della finale tra Roma e Istanbul ancora da fare).

Già durante Milano - Cortina si è notato come, per fare un solo esempio, ciclismo su pista e pattinaggio siano uniti dalla stessa condanna: vincenti alle Olimpiadi nonostante la mancanza di impianti per la pratica.

E la storia vale per altri sport: a pallavolo giochiamo e vinciamo perché storicamente nelle nostre scuole le strutture minimal permettono di giocare su campi di 9 metri per 18 con la rete in mezzo a differenza della pallamano che necessita di 20 metri per 40, più grandi del basket, per capirci.

Bisogna distinguere: vita all’aria aperta, sport dilettantistico e professionistico, senza fare di tutta l’erba un fascio.

Tornando al calcio: nessuno diceva che eravamo in crisi nel 2010, ma l’Inter campione d’Europa schierava un undici interamente straniero, venivamo da un mondiale vinto e ci sentivamo fortissimi.

Nel 2021 ci siamo risvegliati campioni d’Europa e sembrava tutto risolto, ma è durato il tempo di dirlo, perché nello sport (e nel calcio in particolare) esiste anche la casualità. Innanzitutto ci sarebbe da distinguere il calcio delle nazionali da quello dei club.

Il primo è legato a fortune generazionali, a volte estemporanee, come nel ’21, il secondo molto dipendente da variabili soprattutto economiche.

Gli inglesi hanno i club più forti perché investono di più, ma non vincono un torneo internazionale dal 1966, anche se nel frattempo la loro nazionale ottiene i migliori risultati degli ultimi 60 anni. La verità quasi mai è univoca.

E nemmeno se in questi giorni diremo completamente addio alla Champions sarà tutto da buttare. Negli ultimi 5 anni il Ranking per club Uefa per club dice che siamo i secondi in Europa, dietro all’Inghilterra, davanti alla Spagna e alla Germania. Agli iberici possiamo invidiare le corazzate Real Madrid e Barcellona (dopo di che questi ultimi hanno bilanci che te li raccomando...), ai tedeschi il fatto che i loro club fanno utili, ma nel complesso i risultati medi (che non si misurano in coppe vinte ma con le vittorie durante la stagione) dicono che facciamo anche meglio.

E a livello di nazionale, per dire, i tedeschi vengono da due fallimenti mondiali (fuori ai gironi) che in proporzione valgono come le nostre non qualificazioni, mentre gli spagnoli sono tornati a vincere l’Europeo nel 2024 ma dopo 12 anni (sostanzialmente la distanza tra il nostro mondiale 2006 e l’Europeo 2021) di eliminazioni tra cui annoverare le due (2016 e 2020) patite contro gli azzurri.

Il tutto senza tacere dei francesi che hanno una nazionale forte ma un campionato in stato di prefallimento dopo il disastro dei diritti tv. Insomma, servirebbe un piano, ma non lo sappiamo fare, ed allora viva il chi fa da sé. 

Riproduzione riservata © il Nord Est