Sigonella, la svolta della premier per tornare a mettersi in sintonia con il Paese

L’incidente con gli americani è forse casuale nella sua tempistica, ma giunge a pennello per segnare una discontinuità nei confronti di Trump e della sua guerra all’Iran, finora mai condannata a parole e stavolta condannata nei fatti

Carlo BertiniCarlo Bertini
Donald Trump e Giorgia Meloni
Donald Trump e Giorgia Meloni

Se è vero che il rifiuto della base di Sigonella ai bombardieri americani risponde al dettato di quanto promesso solennemente di fronte al Parlamento dalla premier – ovvero, che ogni autorizzazione per operazioni di guerra sarebbe stata sottoposta al vaglio delle Camere – certo l’episodio è un chiaro segnale di quanto Giorgia Meloni abbia compreso il significato profondo del voto referendario.

L’incidente con gli americani, perché di questo si tratta, è forse casuale nella sua tempistica, ma giunge a pennello per segnare una discontinuità nei confronti di Trump e della sua guerra all’Iran, finora mai condannata a parole e stavolta condannata nei fatti. Una guerra, decisa unilateralmente, senza consultare nessuno. Nemmeno quegli alleati più stretti come dovrebbe essere l’Italia, trattati alla stregua di fedeli servitori, cui il padrone non è tenuto a comunicare i suoi spostamenti e quelli delle sue forze armate in territorio straniero. Solo così si spiega l’assenza di un preavviso da parte dell’aviazione statunitense, il silenzio sui piani di volo con atterraggio previsto nella base italiana, tenuta all’oscuro questo programma. Come se dei simpatici amici spaghetti e mandolino sia meglio non fidarsi.

Quindi, malgrado la nota fatta uscire da Palazzo Chigi in cui si nega qualsiasi rottura con gli Usa e il tweet del ministro Crosetto che conferma leale e solida collaborazione, una presa di distanze c’è stata eccome: lo dimostra appunto la decisione assunta dalla premier nelle ore concitate in cui il Capo di stato maggiore ha chiesto lumi al governo su come dovesse regolarsi con aerei a stelle e strisce in procinto di atterrare in Sicilia per poi ripartire verso i cieli iraniani con il loro carico di ordigni.

È evidente che la premier e il suo ministro, dovendo decidere al volo - è il caso di dirlo – abbiano preso atto dell’orientamento contrario di tutto l’arco parlamentare a concedere le basi italiane per operazioni di guerra, facendo propria quella scelta e intestandola al governo: i tre partiti di maggioranza infatti nel corso dell’ultimo dibattito alle Camere, si sono mostrati ostili a questa eventualità e così anche l’opposizione, dal Pd ai 5stelle, alla sinistra di Avs.

Da qui una decisione e un episodio che solleva tre questioni: la mancanza di fiducia da parte dell’alleato Usa nei confronti dell’Italia; la precaria natura di quel rapporto di solida amicizia tra la premier e il tycoon che aveva consentito a Meloni di consolidare la sua posizione con i partner europei; terzo e non ultimo, la necessità impellente della leader di FdI di rimettersi in sintonia con il popolo italiano: che nella sua stragrande maggioranza non solo non giustifica il conflitto nel Golfo ad opera di Usa e Israele, ma non apprezza neanche un legame simbiotico della nostra presidente con il leader dei Maga, teoricamente sovranisti al grido di “America first”, ma nella realtà fautori di un clima di paura e incertezze dentro e fuori i confini americani.

Ultima considerazione: anche il gesto di venire in Parlamento il 9 aprile a riferire alle Camere sull’azione di governo è un segnale di apertura di una premier che appare meno supponente dopo il cambio di clima nel Paese svelato da un referendum che la pone di fronte a una serie di scelte, tutte con un effetto boomerang incorporato: quella di un rimpasto di ministri, che innescherebbe tensioni nella sua maggioranza; di un eventuale voto anticipato, che non vuole nessuno, tantomeno il Colle; e di una nuova legge elettorale per scongiurare un pareggio, che la obbligherebbe a trattare con la sinistra, senza colpi di mano o colpi di fiducia. —

 

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