La svolta fai da te del terrorismo
L’arresto di un ragazzo a Perugia per reati associabili alle finalità di terrorismo e il rischio di un nuovo genere di minaccia homegrown, quella di terroristi nati e cresciuti nelle nostre città

L’Italia come gli Stati Uniti? Le stragi in ambito scolastico ed universitario sono da decenni avvenimenti ricorrenti negli States. Uno dei più gravi attentati di questo genere data addirittura maggio 1927: un esplosivo fece saltare in aria una scuola in Michigan, provocando la morte di 45 persone, tra cui 38 bambini e lo stesso attentatore. È di soli due giorni fa la notizia dell’arresto di un ragazzo a Perugia, associato ad altri 7 giovani compagni, per reati associabili alle finalità di terrorismo.
Siamo dunque di fronte ad un nuovo genere di minaccia homegrown, quella di terroristi nati e cresciuti nelle nostre città? L’iter investigativo, iniziato nel 2023, mette in luce alcuni aspetti che vanno tenuti in considerazione nel valutare questo genere di minaccia che potremmo riepilogare così: il movente; il mezzo; il fine. In primo luogo, il movente, ossia l’ideologia. Siamo avvezzi a pensare al terrorismo come ad un fenomeno esogeno, di tipo religioso: gli attacchi del settembre 2001, prima, e quelli contro vari Paesi europei (Spagna, Francia, Germania) nel corso degli anni Dieci, hanno orientato la nostra sensibilità verso il terrorismo jihadista.
Negli ultimi dieci anni, tuttavia, l’eversione dell’estrema destra, anche di stampo neo-nazista, è divenuta un pericolo tangibile. Gli elementi raccolti dagli inquirenti (fra essi la fascinazione per gli «eroi» - così definiti – che colpirono la Columbine High school negli Stati Uniti, nel 1999, e ad Oslo e Utoya nel novembre 2011), costituiscono prova tangibile dell’orientamento politico del giovane arrestato.
Vediamo ora, il secondo elemento: il mezzo. È scientificamente dimostrato che l’introduzione di una nuova tecnologia porta ad uno scarto nello sviluppo della minaccia terroristica. Per semplificare, la disponibilità di dinamite della fine dell’Ottocento, l’utilizzo sempre più comune del mezzo aereo negli anni Settanta e, infine, l’introduzione dei social media negli ultimi decenni hanno, in misura e con modalità diverse, contribuito al mutare della minaccia terroristica.
Da ultimo ma non in termini di importanza: il fine. Per definire un attacco come terroristico, il fine deve necessariamente essere politico. Nel caso di cui parliamo, l’attacco alla società – rappresentata dalla scuola – sarebbe l’obiettivo finale. Ma il fine intermedio potrebbe essere diverso. Non quello del giovane arrestato, ma quello dei gruppi a cui fa riferimento certamente sì. E il fine intermedio, per una organizzazione terroristica, è la sua sopravvivenza e il suo ampliamento. Questa è, mi pare, la novità più rilevante.
L’elemento di transnazionalità della minaccia terroristica diventa sempre più evidente: da una decina d’anni, assistiamo a un numero crescente di attacchi, tradizionalmente classificati come terrorismo interno, ma che traggono ispirazione da un’ideologia straniera o da un movimento globale. È un terrorismo transnazionale che vive e si sviluppa a cavallo delle frontiere.
In ultima analisi, come ha scritto di recente lo studioso Jonathan Collins, gli elementi a disposizione indicano che siamo di fronte ad una nuova ondata di terrorismo. E l’Italia, purtroppo, pare non esserne estranea.
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