Crisi energetica, l’Unione europea si muove ma non farà rivoluzioni
Nella capitale a dodici stelle giudicano inutile il tetto al prezzo della benzina ungherese e sterile il costoso taglio delle accise italiano in vigore sino all’8 aprile, come il pacchetto da 5 miliardi presentato dalla Spagna. Spuntata appare anche la manovra francese delle imprese strangolate dalle bollette che si stanno facendo roventi

Questione di ore, promettono a Bruxelles. I tecnici della Commissione Ue vogliono fare in fretta perché le singole iniziative che i governi nazionali hanno varato per affrontare la choc energetico generato dalla guerra in Iran finiranno per svanire una dopo l’altra. Non funzionano, assicurano, perché sono temporanee e scoordinate.
Nella capitale a dodici stelle giudicano inutile il tetto al prezzo della benzina ungherese, e sterile il costoso taglio delle accise italiano in vigore sino all’8 aprile, come il pacchetto da 5 miliardi presentato dalla Spagna; spuntata appare anche la manovra francese delle imprese strangolate dalle bollette che si stanno facendo roventi. Preso nota delle preoccupazioni del G7 riunitosi lunedì 30 ieri, ma anche della vaghezza degli orientamenti, l’esecutivo comunitario intende mettere subito sul tavolo una prima cura anticrisi. «Ci siamo quasi – concede una fonte europea –, potremmo farcela già in settimana».
Per prima cosa si cercano nel bilancio comune fondi per finanziamenti ai settori industriali più colpiti. Il secondo passo riguarda la possibilità di rendere più flessibili le norme sugli aiuti di Stato, in modo da fornire sollievo immediato alle aziende ad alta intensità energetica maggiormente impattate; è un passo di rilievo, che però non piace all’Italia, svantaggiata rispetto ai Paesi che hanno margini di spesa a noi negati dal debito dei record. Un terzo intervento dovrebbe riguardare i costi della rete, che pesano il 18 per cento del prezzo dell’energia: si pensa a uno schema che consenta alle capitali di migliorare la rese e l’efficienza delle infrastrutture, dunque di comprimere gli esborsi non legati alla materia prima.
Il dossier centrale è quello che a Roma, e non solo, interessa di più. Il sistema Ets, ovvero il mercato dei permessi di inquinamento che possono essere comprati da chi sfora i limiti per le emissioni di CO2, «potrebbe essere modernizzato, reso più flessibile e di maggior aiuto» (parole del commissario Dan Jørgensen). «Agevoleremo i parametri per le quote gratuite», è una delle idee.
Potrebbe essere l’occasione per venire incontro all’Italia che invoca un riutilizzo virtuoso degli extraprofitti generati dalla compravendita di Ets per calmierare il prezzo dell’energia. Ma non ci sono troppe illusioni da farsi. La Commissione, e con lei numerosi governi pesanti e nordici, ritiene che il regime vigente abbia favorito la stabilità del comparto energetico continentale. A suo avviso, basta vedere come lo choc della guerra in Iran sia stato sinora inferiore a quello provocato dall’invasione dell’Ucraina proprio per il significativo cambiamento delle fonti di approvvigionamento e dei mix energetici dei Ventisette. E questo per dire che non ci saranno rivoluzioni.
L’Europa agirà. Eppure sarebbe velleitario pensare che la salvezza possa venire solo da Bruxelles. Il sostegno esterno funzionerà solo se faremo i compiti a casa, sulle reti, sull’efficienza sulla gestione delle risorse, con una lungimirante e non vampiresca gestione della leva fiscale. «Dobbiamo coordinare gli sforzi», dicono alla Commissione, dove l’avvertimento finale assume i contorni dell’ovvio, per chi conosce le cose europee: «Più si lavora insieme e prima faremo». Visti i tempi, e le bollette, non c’è davvero l’imbarazzo della scelta.
Riproduzione riservata © il Nord Est



