Il governo può solo agire sul lato fiscale

La guerra coinvolge le infrastrutture dell’economia dell’energia producendo aggravi di costi per danni capaci di perdurare dopo la fine delle ostilità.

Francesco MorosiniFrancesco Morosini
Un utente controlla una fattura vicino ad un contatore
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Il governo è alla guerra delle bollette. È il riflesso di quella, militare, in Medioriente. Il rischio per l’esecutivo è di dover agire, pena perdere consenso. È la ragione del taglio delle accise e dell’eventuale loro proroga. Il problema per Palazzo Chigi è che i prezzi di gas e petrolio sono fuori della sua portata dipendendo dalle aspettative dei mercati sugli eventi bellici. Al massimo, quindi, può sperare di calmierarne la corsa. In parte ciò ricorda lo shock dell’inizio della guerra in Ucraina, poi compensato dalla grande offerta “fisica” di gas e petrolio nei mercati. Ora c’è un problema in più: la guerra coinvolge le infrastrutture dell’economia dell’energia producendo aggravi di costi per danni capaci di perdurare dopo la fine delle ostilità.

L’unica cosa che il governo realisticamente può fare è agire sul lato fiscale delle bollette e sperare che i tentativi di calmierare i prezzi di benzina e carburante bastino ad evitare tensioni sociali. Il guaio per il Belpaese, ragionando metaforicamente, è che l’interruttore dove attaccare la spina della corrente che fa girare la sua economia ora è preda, forse fuori controllo, dell’escalation tra Washington e Teheran. Detto altrimenti: l’esecutivo deve operare senza poter condizionare di fatto il costo sia di carburanti che dell’elettricità. Purtroppo con qualche handicap sia di mix energetico che di capacità fiscale. In particolare l’Italia paga pegno in termini di costo dell’elettricità, aspetto decisivo per la competitività industriale. Ciò dipende dal meccanismo che ne determina il prezzo in Unione Europea. Semplificando, il costo dell’energia elettrica nelle relative borse è dato dal costo della tecnologia di generazione più costosa rispetto alle altre. È il gas. Le ragioni della sua scelta sono storiche: evitare l’emarginazione delle rinnovabili, un tempo le più costose e le meno competitive. Quindi il costo dell’energia elettrica si esprime in termini di ore gas. Molte per l’Italia, dato il suo mix energetico.

Per ovviare, l’Italia col Decreto Bollette punta a portare in Europa la proposta di tagliare il costo dell’energia elettrica chiedendo la revisione del meccanismo degli oneri, fiscalizzandoli, relativi all’emissione di carbonio delle centrali termoelettriche. La Spagna, invece, ha ragionato diversamente. Ha formalmente tenuto fermo il riferimento al prezzo del gas ma ne ha ridotto fiscalmente il costo per distribuirlo a produttori e consumatori.

La scelta di Madrid è operativa essendo già stata approvata dalla Commissione Europea. Il motivo di ciò è che questa, a differenza della proposta italiana, evita di interferire col sistema europeo di prezzare, incentivando la decarbonizzazione, le quote di emissione di CO2. Ciò avvantaggia la Spagna che, favorita pure da un 20% di energia di fonte nucleare, è in netto vantaggio competitivo con l’Italia. Altro ostacolo che il governo italiano ha per intervenire sui costi dell’energia è la sua debole finanza pubblica che gli impedisce di fare deficit per alleviare le bollette. Insomma, l’esecutivo è costretto a giocare di rimessa. Perché è in Medioriente che si deciderà la partita.

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