La sicurezza si costruisce con una strategia, non a colpi di spot

Occorre una strategia di lungo periodo, a partire dall’esortazione rivolta dal sindaco di Treviso Mario Conte

Francesco JoriFrancesco Jori
Sicurezza, a Treviso sempre meno poliziotti
Sicurezza, a Treviso sempre meno poliziotti

È una parola, in tutti i sensi: letterale e figurato. Il termine “sicurezza” torna a occupare la ribalta, tra denunce oggettive e polemiche pretestuose; in cui ancora una volta, come su altri temi caldi, la politica tende ad assecondare gli umori anziché la ragione, mettendo in campo risposte comunque parziali. È un mix devastante, dal quale esce l’immagine di un’Italia ridotta a Far West 4.0, a dispetto dell’oggettiva evidenza dei fatti: tutti gli indicatori più recenti segnalano che i livelli della paura della gente sono cresciuti più dei dati quantitativi della criminalità. E la stessa Treviso, epicentro degli ultimi eventi in materia, figura tra le aree meno coinvolte del Paese.

Chiaramente, questo non autorizza ad abbassare la guardia: occorre guardare in faccia le criticità e porvi rimedio con soluzioni strutturali, non con espedienti di corto respiro volti solo a guadagnare effimero consenso. Un catalogo concretissimo degli impegni cui mettere mano è stato proposto in questi giorni dal sindaco della stessa Treviso e presidente dei Comuni veneti Mario Conte: non solo sul piano dei numeri, irrobustendo la presenza delle forze dell’ordine e rafforzando gli organici addetti alla sicurezza negli enti locali; ma anche su piani normativi determinanti, a partire dalla certezza della pena a carico di chi delinque. Purtroppo, la realtà ha un volto ben diverso. L’ultimo dato del ministero degli Interni indica una carenza degli organici della polizia di 11.340 unità, il 10 per cento della dotazione prevista dalla legge. La capacità di risposta dei Comuni è drasticamente compromessa dai tagli generalizzati del personale e dai massacri ai bilanci. Quanto al sistema giudiziario, la sua inefficienza è ormai malattia da codice rosso.

Non è risposta adeguata neppure la militarizzazione dei luoghi pubblici, di cui si torna a parlare in queste ore. L’operazione “strade sicure” è in atto ormai da 18 anni, in 58 diverse città italiane; eppure non ha inciso sui tassi di criminalità. E non è certo blindando i centri urbani che si possono contrastare le nuove devastanti manifestazioni di violenza, a partire da quella giovanile. Né si può accettare l’idea proposta in questi giorni di dare vita in Italia a una polizia all’americana: la vicenda di Minneapolis è l’ultimo anello di una catena che negli ultimi nove anni ha visto negli Stati Uniti diecimila persone, una media di tre al giorno, cadere uccise dalle forze dell’ordine.

La questione sicurezza non si risolve con un colpo di bacchetta magica, né in Italia né altrove: se qualcuno avesse trovato la formula giusta, a confronto Elon Musk sarebbe un barbone. Occorre una strategia di lungo periodo, a partire dall’esortazione rivolta dal sindaco Conte e condivisa trasversalmente da altri primi cittadini di diverso colore politico, come quello di Vicenza Possamai: stare dalla parte dei cittadini che hanno paura; che significa non ignorarne o sminuirne gli stati d’animo, ma neppure blandirli con soluzioni-tampone. Tocca alla politica intervenire su regole che eroghino sentenze rigorose a chi delinque, senza lasciarlo a piede libero dopo una manciata di ore. Ma c’è una chiamata in causa anche per la società civile, dalle categorie economiche al volontariato ai singoli cittadini: il controllo sociale del territorio è componente irrinunciabile di una vera politica della sicurezza, che presuppone però il sentirsi comunità. Se invece oggi, come accade, il primo nemico è il vicino di casa o di scuola o di lavoro, allora siamo tutti indifesi. E non ci resta che arrenderci.

 

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