Referendum con il rebus malcontento
Nelle stanze del governo i colonnelli guardano sgomenti gli ultimi sondaggi, che danno la vittoria del No molto probabile

Serve riavvolgere il nastro e riproiettare spezzoni di conversazioni di una settimana fa per capire come mai Giorgia Meloni si sia decisa a far montare un set da pubblicità patinata con le cupole barocche sullo sfondo e una luce dorata ad accarezzarle il viso: quel video di 13-minuti-13 (format inusuale per la rete), in cui la premier prova a convincere i suoi elettori ad andare a votare per il Sì contro «le degenerazioni di un sistema» è servito infatti a tacitare le ansie dei suoi fedelissimi.
«Se continua così finisce che il referendum lo perdiamo», si sbracciavano infatti preoccupati gli sherpa della premier in un corridoio della Camera: da giorni, quelli che hanno il polso della situazione tremano per le conseguenze devastanti che può avere questa guerra senza orizzonte: i sondaggi certificano che gli italiani non la approvano affatto e Giorgia forse – almeno a sentire gli spifferi dei Palazzi – la pensa come loro. Ma non può dirlo pubblicamente e oggi in Parlamento nella sua prima uscita con un contraddittorio da quando è cominciato il conflitto in Iran, dovrà pattinare sulle uova: per non deludere gli elettori e non inimicarsi il gigante a stelle e strisce.
Di sicuro la premier nelle sue comunicazioni in aula alla Camera tirerà a campare, farà in modo di non sbilanciarsi a destra o al centro: sapendo però che la crisi energetica ed economica morderà i polpacci del governo frenandone la corsa verso le elezioni politiche. Il punto è scongiurare un impatto doloroso sulle urne referendarie. Incassando per giunta gli autogol che fanno infuriare Meloni, come quello sui «giudici, un plotone di esecuzione», scandito in tivù dalla capogabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi. Tra conseguenze delle tasche dei cittadini, rischi terrorismo in casa nostra, vacanze di Pasqua rovinate, difficile che la gente pensi al referendum.
Per questo tutti nel centrodestra temono che la forza catalizzatrice di un No al governo sia superiore del Sì a una riforma complessa, specie in un momento come questo. Tutti sanno quanto sarà difficile far alzare dalle tavolate dei ristoranti domenica 22 gli elettori di destra, che a una sola cosa pensano in queste ore. Alla guerra. Non a caso la premier ha gettato un ponte verso le opposizioni con le “accise mobili” per sterilizzare gli aumenti della benzina e del gasolio e per placare gli elettori, che potrebbero prendersela con un governo amico di Trump.
Insomma la pioggia di missili monopolizza l’attenzione e i partiti di destra sperano che il clima mondiale si raffreddi per poter sfruttare il traino di Giorgia che ha deciso di personalizzare questa campagna, assumendosene i rischi, salendo domani sul palco a Milano con i comitati del Sì. Perché è lei la sola a poter fare la differenza.
Nelle stanze del governo i colonnelli guardano sgomenti gli ultimi sondaggi, che danno la vittoria del No molto probabile. E più cresce la paura e più monta la rabbia di Forza Italia, contro alleati che non stanno mettendocela tutta. Vero, Meloni continua ad attaccare i giudici, contravvenendo all’invito del capo dello Stato a non attaccare le istituzioni e Salvini ha fatto aprire mille gazebo nel week end per discolparsi.
Ma la situazione suscita molto allarme, poiché anche nelle iniziative del Comitato del Sì gli elettori di destra latitano. E il fronte del No vorrebbe evitare di fare il gioco degli avversari, per questo ha diffidato i suoi rappresentanti, politici e magistrati, dall’accettare inviti ai dibattiti da quelli del Sì, che solo grazie ai duelli riescono a riempire le platee. Un tam tam che rimbalza in tante province: le sale strapiene con la gente assiepata fuori sono appannaggio dei convegni “contro” (e non “per”) la riforma della Giustizia. Quindi per paradosso, vista con gli occhi dei detrattori di una riforma che si spera sia bocciata al referendum, meno se ne parla di questo referendum, meglio è: perché la bassa partecipazione favorisce la vittoria del No, dicono gli esperti e gli elettori del “campo largo” sono motivati ad andare a votare dalla voglia di dare una spallata al governo. Ma alla fine potrebbe essere la tivù a fare la differenza: guerra permettendo, sarà solo negli ultimi tre giorni che molti degli indecisi (40 per cento) decideranno se andare a votare. —
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