Una scuola che sa integrare conviene a tutti

Non è tanto l’essere straniero a penalizzare i risultati, quanto l’appartenere a famiglie di bassa cultura scolastica: cosa ci dice il caso dell’Istituto Giulio Cesare di Mestre

Gianpiero Della ZuannaGianpiero Della Zuanna
(foto Ansa)
(foto Ansa)

Ha fatto scalpore la notizia dell’Istituto Comprensivo Giulio Cesare di Mestre (più di 1.000 alunni, dalla scuola per l’infanzia alla secondaria di primo grado – la vecchia scuola media), dove il numero di alunni italiani è ridottissimo.

Non si tratta di un caso isolato: situazioni simili accadono in alcuni rioni di Padova, a Monfalcone, e in altre città del Veneto e del Friuli Venezia Giulia. Quando la proporzione di alunni stranieri è alta e crescente, le famiglie italiane – se ci sono – tendono a iscrivere i loro figli in altre scuole.

Ogni caso meriterebbe un esame specifico. Mi limito a quattro considerazioni di carattere generale. Primo, all’interno di gruppi di scuole vicine, la proporzione di stranieri dovrebbe essere equilibrata: il ministero suggerisce al massimo il 30%. Tuttavia, questo non è sempre possibile, a causa della concentrazione degli stranieri in alcuni quartieri, e perché vanno evitati percorsi casa-scuola di lunghezza eccessiva.

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Secondo, i test Invalsi e altre ricerche internazionali mostrano che al crescere in una classe del numero di bambini stranieri, i risultati dei bambini italiani NON peggiorano in modo significativo.

Terzo, Invalsi mostra che i bambini stranieri, anche quelli nati in Italia, hanno risultati scolastici in italiano e matematica sistematicamente peggiori rispetto a quelli dei bambini italiani. Ciò accade in seconda elementare, ma specialmente alla fine delle medie.

Quarto, altre ricerche mostrano che non è tanto l’essere straniero a penalizzare i risultati scolastici, quanto l’appartenere a famiglie di bassa cultura scolastica. Sono penalizzati anche i bambini di famiglie italiane operaie e contadine, con i genitori poco scolarizzati e dove in casa si parla in dialetto. Ciò accade in particolare alle medie, ancora molto basate sui compiti a casa, dove il tempo pieno nelle scuole pubbliche è quasi inesistente.

Il caso della scuola mestrina suscita due reazioni contrapposte. Alcuni dicono che i bambini sono tutti uguali. Ciò è vero, naturalmente, ma da questa uguaglianza formale non deriva, automaticamente, un’uguaglianza sostanziale, ossia la possibilità per tutti di far fruttare in egual misura i propri talenti.

La scuola dovrebbe essere attrezzata per colmare i gap linguistici e di cultura scolastica, altrimenti i figli dei ricchi e dei laureati (quasi tutti italiani) saranno inevitabilmente favoriti. All’opposto, si leggono giudizi sbrigativi sull’impossibilità di integrazione dei bambini stranieri. Anche questo è sbagliato: le ricerche mostrano che, con gli strumenti opportuni, il gap linguistico e culturale può essere chiuso in tempi ragionevolmente rapidi.

Qualche anno fa ho trascorso tre mesi a Canberra, in Australia. Mentre io e mia moglie eravamo visiting professor all’Università, i nostri figli frequentavano la scuola pubblica australiana. Trascorrevano solo il 25% del tempo con i coetanei australiani, per le lezioni di educazione fisica, musica, arte e cucina (peraltro pessima, a parte le innovazioni culinarie introdotte dagli immigrati italiani). Per il 75% del tempo stavano in classi separate, assieme ad altri studenti stranieri, tutte dedicate allo studio di English as a second language, con lezioni sulle tradizioni dell’Australia, sugli animali australiani, eccetera.

Poi siamo tornati in Italia: se fossimo restati, nel secondo trimestre il tempo con i coetanei australiani sarebbe diventato il 50%, nel terzo trimestre il 75%; l’anno successivo i nostri figli sarebbero stati inseriti a tempo pieno nelle classi di autoctoni. Non è un caso se i figli degli immigrati italiani in Australia negli anni ’60 e ’70 hanno raggiunto titoli di studio più elevati dei coetanei con genitori australiani.

I gap linguistici non si chiudono magicamente: per i bambini con carenze linguistiche e di cultura scolastica, stranieri e italiani, ci vogliono programmi e insegnanti dedicati. È un costo, ma l’alternativa sono le baby gang.

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