Le nuove vetrate di Notre Dame e il rischio di “tradire” la storia per la moda

Rimuovere le opere di Viollet-le-Duc per inseguire lo Zeitgeist: analisi di un paradosso tra fede, arte e modernità

Vincenzo MilanesiVincenzo Milanesi

Fa discutere in Francia la decisione del presidente Macron di relegare in un museo alcune vetrate della Cattedrale di Notre Dame miracolosamente salvatesi dal rogo, per sostituirle con altre di gusto ritenuto, evidentemente, più adeguato alla contemporaneità. Siamo qui di fronte a due diverse questioni.

La prima è tutta laica. E tocca il delicato tema delle metodologie del restauro di monumenti storici di particolare rilevanza come Notre Dame. Le vetrate sopravvissute rimandano al grande restauro di Eugéne Viollet-le-Duc, l’architetto che a metà Ottocento trasformò, per molti aspetti, la cattedrale in senso “neogotico”, ispirandosi all’immaginario medievale, tenendosi anche agganciato, almeno nelle sue intenzioni, ad una religiosità, ad una visione spirituale di ascendenza medievale.

La sua opera, e le idee che l’hanno guidata, è stata oggetto di critiche e discussioni che durano tutt’ora. Lungi da volerci qui imbarcare su questioni complesse come le diverse filosofie del restauro, sempre dibattutissime tra gli addetti ai lavori, è lecito porsi una semplice, forse ingenua, domanda: perché sostituire quelle vetrate che il rogo ha risparmiato e che sono ormai ampiamente storicizzate, che fanno parte in modo non più separabile dalla realtà del monumento? E qui si innesta, probabilmente, la seconda questione. Le nuove vetrate sono ritenute più vicine allo Zeitgeist contemporaneo, allo “spirito del tempo” e alla spiritualità oggi più diffusa. Ma siamo sicuri di essere in diritto di intervenire, e in qual misura, per collegarci con esso?

Questa seconda questione è ancor più delicata della prima. Da maneggiare con cura, tema cruciale anche per i teologi. Perché investe una distinzione tutt’altro che facile da fare: quella, per dirla alla buona, tra lettura dei “segni dei tempi” ai quali alllude esplicitamente Gesù di Nazareth nel Vangelo (Mt. 16. 1-4) e che è tema centrale nella Costituzione Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II, da un lato, e disinvolti cedimenti a suggestioni alla moda del momento, dall’altro. Distinzione intorno alla quale si dipanano riflessioni di grande complessità, che interrogano non solo i credenti.

Questione che investe la trasmissione di un Messaggio, quello del Vangelo, che ha un respiro che travalica la storia dell’uomo, ed una prospettiva escatologica, destinato a travalicare secoli e millenni, nella sua integralità di annuncio di salvezza, ma che non può non radicarsi, in qualche modo, nel divenire storico dell’uomo cui è diretto. Perché l’uomo vive nella storia, senza altra possibilità che quella di interpretare quel Messaggio senza perderne neanche un’oncia, “traducendolo” nel linguaggio del suo tempo. Storicizzando, in altri termini, nei diversi contesti umani, diacronicamente, ciò che di per sé non è storicizzabile, perché “metastorico”, proprio in quanto trascendente la storia dell’umanità.

Un paradosso di ardua soluzione. Che i “tradizionalisti”scismatici dei nostri giorni credono di risolvere assolutizzando un passato storicamente determinato, e quindi “tradendo” il Messaggio stesso. Così come gli innamorati della moda transeunte, che dura men che un battito di ciglia della storia, rischiano a loro volta di “tradirlo” rimanendo vittime, inconsapevolmente, in buona fede, di una ideologia caduca a cui sfugge la perennità del nucleo centrale di quel Messaggio.

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