Decreto bollette, una lotteria per il governo

L’idea che il Consiglio dei ministri abbia varato una norma che possa violare l’ordinamento comunitario solleva domande imbarazzanti

Marco ZatterinMarco Zatterin
Il ministro Gilberto Pichetto Fratin (foto Ansa)
Il ministro Gilberto Pichetto Fratin (foto Ansa)

A metà del comunicato stampa, il “decreto bollette” diventa una sorta di “lotteria europea”. Fra le misure della nuova strategia per tagliare il prezzo dell’energia, che in Italia è più alto rispetto ai diretti concorrenti del mercato interno, il governo annuncia la “riduzione del costo di produzione da parte degli impianti termoelettrici tramite il rimborso del valore, definito da Arera, dell’onere del gas per la produzione di energia elettrica, nel limite della quotazione dei diritti riconosciuti per l’Ets”, ovvero il sistema delle quote di emissione secondo cui chi inquina di più paga di più.

Così è. E l’idea che il Consiglio dei ministri abbia varato una norma che teme possa violare l’ordinamento comunitario senza il placet di Bruxelles solleva domande dalle risposte virtualmente imbarazzanti. In particolare, ha senso imboccare una strada senza essere certi di dove porta? E davvero non sappiamo come andrà a finire?

In soldoni, il decreto conferma l’obbligo di acquisto dei diritti Ets da parte delle centrali, pertanto i produttori continueranno ad acquistare i titoli necessari per compensare le emissioni di CO₂. La differenza è che, dal 2027, il loro impatto sui prezzi all’ingrosso dell’elettricità verrà controbilanciato da un meccanismo di rimborso con denari pubblici.

A parte il ripensamento delle regole europee introdotte con la partecipazione dell’Italia, la mossa è aleatoria in quanto assumerebbe il profilo di un aiuto di stato fuorilegge. Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Frattin, è pronto a “un confronto costruttivo basato su fatti concreti e non sull’ideologia”, perché “il meccanismo - che pure persegue finalità condivisibili - danneggia in particolare il nostro Paese per via del mix energetico che ci contraddistingue”.

Sembra vero. Se non fosse che è fuori dal mondo che l’Italia abbia inserito in un decreto un passo in manifesta violazione del diritto comunitario in assenza di consultazioni con la Commissione. Nella capitale belga lavora a tempo pieno la rappresentanza permanente presso l’Ue con i suoi rodati tecnici nazionali, seria e titolata interfaccia con l’istituzione.

L’interlocuzione è costante. Di qui, quattro possibilità. Uno: non gliel’hanno detto (molto difficile). Due: lo hanno fatto e hanno risposto “vediamo cosa ci scrivete” (probabile). Tre: hanno ottenuto un “sì” preventivo (improbabile, non avrebbero ammesso il “sub judice”). Quattro: gli hanno detto “non se ne parla” e Roma ha deciso di forzare la mano sapendo, alla peggio, che potrà dire che c’era la volontà ma “gli eurocrati di Bruxelles ci hanno fermato”.

Gli addetti ai lavori prevedono un “contenzioso non breve”. Il finale aperto indica che il governo aveva fretta. Il rimborso degli Ets vale 3 miliardi per i consumatori e 7,5 miliardi di beneficio complessivo, più dell’intera dote del decreto annunciata dal governo. Giusto giovedì il bollettino Bce ha ribadito che “l’applicazione di un prezzo alle emissioni di anidride carbonica attraverso il sistema Ets rimane il pilastro centrale delle politiche volte a internalizzare le esternalità ambientali derivanti dall’impiego dei combustibili”.

La Commissione preferisce evitare i contenziosi con le capitali. Ma quando decide, non è mai sola: per ogni singola richiesta ci sono altri 26 giurati da ascoltare. Ci vorrà tempo e, comunque, non succederà quest’anno. Il rischio concreto, certo non la speranza, è che non succeda mai.

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