Cosa nasconde lo scontro di Meloni con il Colle

Tra due mali, ossia rompere con Mattarella o perdere il referendum, la premier ha scelto quello che ritiene sia minore. Ma se vincesse alle urne, la tentazione di anticipare le elezioni potrebbe infrangersi contro il muro del Colle

Carlo BertiniCarlo Bertini
La premier Giorgia Meloni
La premier Giorgia Meloni

Se la paura di perdere arriva perfino a farti litigare con la massima carica dello Stato, che di solito è bene tenersi amica, vuol dire che Giorgia Meloni sente il fiato della sconfitta sul collo: dichiarando guerra al Colle con i suoi video anti-toghe dopo il monito di Sergio Mattarella, la premier sa di assumersi dei rischi.

Evidentemente tra due mali – rompere con Mattarella o perdere il referendum – ha scelto quello che ritiene sia minore. A costo di far calare una coltre di gelo tra Palazzo Chigi e il Quirinale, Meloni non intende mollare la presa neanche un attimo, perché reputa che solo indicando i giudici come il Nemico da battere può provare a non soccombere nelle urne il 23 e 24 marzo: e ormai ha deciso di metterci la faccia, convinta che dare addosso alle toghe sia il solo modo di portare i propri elettori a votare. Ed è vero che non è facile smuovere dalle poltrone la maggioranza silenziosa degli italiani su un argomento ostico come la separazione delle carriere e il doppio Csm.

Con un’intervista a Sky ieri sera, la premier ha frenato sull’acceleratore, definendo le parole di Mattarella «giuste e doverose». Ma nella realtà le critiche ai magistrati “politicizzati” continueranno nonostante il rischio che infischiarsene dell’avviso lanciato dal pulpito di presidente del Csm possa trasformarsi in un boomerang per la premier.

Perché per paradosso, proprio se vincesse il referendum la tentazione di anticipare le elezioni per sfruttare l’onda lunga e la sconfitta delle opposizioni, potrebbe infrangersi contro il muro del Colle. Che non avrebbe alcun motivo di dare ascolto ad una istanza di precipitare il paese al voto con un anno di anticipo. Solo un clima di appeasement le consentirebbe di tentare una “mission impossible” peraltro remando contro l’intera compagine parlamentare.

E inoltre: se volesse imporre una nuova legge elettorale ad un fronte contrario - che andrebbe da Renzi a Fratoianni, passando per Schlein e Conte - la premier non troverebbe certo in Mattarella un alleato. In una partita che vedrà i giudici della Consulta con il sopracciglio alzato, pronti a fare le pulci ad ogni paragrafo: indicazione del premier sulla scheda, soglie per il premio di maggioranza e assegnazione del premio su base nazionale al Senato (dove i seggi si assegnano su base regionale) sono nodi ardui da sciogliere senza un gioco di squadra tra le massime istituzioni. Specie quando un sistema di voto viene varato di forza, senza le opposizioni.

Avere il Giurista del Colle con l’evidenziatore in mano di fronte ad ogni testo di legge da controfirmare che vantaggio può portare dunque? Tutte considerazioni che dovrebbero indurre prudenza, ma forse la premier teme che se perdesse il referendum le crollerebbe tutto addosso, la sua maggioranza in primis e con essa il suo governo e i sogni di gloria.

Infine, una parola sui giudici - politicizzati, secondo la vulgata - che emettono sentenze come quella che obbliga lo Stato a rimborsare la Ong di Carola Rackete per non aver potuto sbarcare i migranti naufraghi: se fossero dei politici consumati, quei magistrati forse avrebbero fatto in modo di rinviare una decisione che con tutta evidenza pompa acqua al mulino del Sì. O non ci hanno pensato o non tifano per la sinistra: terzium non datur. 

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