Scontri di Torino, tra storia e presente: perché non sono “anni di piombo”
Dalla protesta per Askatasuna alla retorica della radicalizzazione: il rischio non è il terrorismo, ma il consenso nella “zona grigia”

La Storia non si ripete; la Storia insegna. Gli scontri di sabato nel corso della manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna hanno suscitato uno sgomento generalizzato. Le eco suscitate parlano alla pancia del Paese: è terrorismo! – gridano alcuni. Sono tornati gli anni di piombo! – inveiscono gli altri.
Non è una questione di mere etichette; dunque, se cerchiamo di utilizzare le categorie della ricerca storica, qui non si tratta di terrorismo tout court e, tantomeno, si può parlare di anni di piombo. Gli scontri in piazza tali sono: e per quanto possano essere stati organizzati, stiamo parlando di una piccola fetta di una manifestazione molto partecipata e in larga parte pacifica. Non solo: qui si tratta di un singolo evento, certo non comparabile – né per numeri, né per intensità – a quanto avveniva negli anni di piombo, durante i quali – peraltro – si confrontavano due diversi estremismi, quello di sinistra e quello di destra (ecco perché sarebbe meglio parlare di anni di piombo e di tritolo).
Se dovessimo individuare un parallelo storico, sarebbe più appropriato quello con gli scontri di Genova del 2001 o, ancora, con quegli degli anni ’40-‘50 che, in alcuni casi, portarono all’utilizzo di una vera e propria repressione da parte dello Stato.
Ciò non rende i fatti di Torino meno gravi o meno preoccupanti. Ma per individuare la giusta risposta, credo sia importante evitare di abbozzare parallelismi impropri. La popolazione italiana, così come, in generale, quella occidentale, sembra progredire verso una rapida radicalizzazione, e certo non solo a sinistra. Che vi siano spazi per acquisire consenso nell’area estremista appare evidente anche ad Askatasuna che, nel suo comunicato, chiede di costituirsi «in comunità». Le proposte che seguono sono tutte pacifiche ma il tono è – quello sì – una riedizione di documenti che sembravano ormai coperti di polvere.
La denuncia di uno Stato repressivo, le accuse a «giornalisti, di politici e opinionisti» che vengono definiti «di regime», i soventi richiami alla «resistenza» sono espressioni parte di un vissuto ideologico ben sedimentato che mira a dipingere l’Italia come un Paese che non è democratico, dove tutta la classe dirigente è corrotta, e dove (un vero dejà-vu) l’opposizione non è in grado di rispondere ad una destra sempre più imperante.
E che strumenti restano a dei resistenti in un Paese non democratico in cui nessuno di oppone alla deriva di regime? È questa retorica che dovrebbe preoccupare maggiormente il governo. È proprio la nostra storia a dimostrare che tale retorica è in grado di attrarre la «zona grigia», ossia strati di popolazione, anche ampi, che guardano con simpatia o indifferenza agli atti di violenza dei compagni. Compagni che sbagliano, ma pur sempre compagni.
Questo è un elemento di riflessione importante per il governo, nell’approvare il DDL sicurezza. Cavalcare i fatti di Torino per legittimare provvedimenti che potrebbero suonare poco legalitari non farà altro che consolidare le opinioni della «zona grigia», ponendo fine agli «equilibrismi» di cui parla proprio il comunicato di Askatasuna.
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