Per l’Europa l’unica via è quella delle scelte coraggiose

Mario Draghi ha posto il Vecchio Continente davanti a una scelta: restare un’area di mercato o diventare una potenza? Dilemma che non sarebbe tragico, se solo comprendessimo che questo è il tempo, che non sono consentiti altri indugi

Renzo GuoloRenzo Guolo
Mario Draghi chiede all'Europa di scegliere
Mario Draghi chiede all'Europa di scegliere

Ancora una volta Mario Draghi pone l’Europa davanti a una scelta: restare un’area di mercato o diventare una potenza? Dilemma che non sarebbe tragico, se solo il Vecchio Continente comprendesse che questo è il tempo, che non sono consentiti altri indugi, che è vano sperare che la situazione cambi quando, forse, tra qualche anno non ci sarà più Trump alla Casa Bianca. Fingendo di ignorare che se a succedergli fosse l’antieuropeista ideologico Vance sarebbe ancora peggio e anche con un dem cambierebbe poco: ormai sono imperativi geopolitici ed economici a spingere in quella direzione.

Non si tratta, infatti, solo del regno di un egolatrico e dispotico tycoon che dice di avere come solo limite la sua “morale” e non il diritto internazionale - affermazione che non dovrebbe lasciare tranquillo nessuno- ma, come ha ricordato lucidamente l’ex-governatore della Bce, di un ordine globale crollato perché sicurezza e commercio non coincidono.

La globalizzazione poteva funzionare solo se capitalismo e democrazia diventavano universali; se la tanto proclamata “fine della storia” che doveva seguire la conclusione della Guerra fredda, avesse davvero realizzato planetariamente quella sintesi. Non è andata così. Solo il primo si è esteso, illudendo che scambi e profitti potessero surrogare ciò che mancava. Con la grande beffa che il capitalismo, sia pure nella versione di stato, ha trionfato anche in Cina: ma governato dal Partito, ormai più confuciano che marxista, e non dalla mano “invisibile” del mercato. E così in Russia, dove l’autocrazia putiniana convive con nuove/vecchie forme di circolazione/appropriazione della ricchezza, e antiche pulsioni imperiali.

Quando sotto la pressione dei molti scontenti della globalizzazione, raccolti attorno al trumpismo e al movimento Maga, l’America ha mutato rotta, è venuta meno anche quell’alleanza all’ombra della quale l’Europa si è riparata militarmente ed è cresciuta economicamente per ottant’anni. Con Trump, però, gli Usa non si limitano a prendere il largo dai vecchi alleati: li tiranneggiano, li umiliano a colpi di dazi e forzose commesse industriali, ne minacciano l’integrità territoriale, vogliono indebolirla e vederla frammentata. Storditi, gli europei, sono, appunto, soggetti alle “priorità altrui”.

Di fronte a questa divaricazione di interessi, e di valori, l’Europa ha una sola via: quella indicata da Draghi. Diventare potenza, affiancando alla propria “capacità di fuoco” commerciale una autonoma politica estera e di difesa. Dando forma a un “federalismo pragmatico” realizzabile mediante cooperazioni rafforzate, con chi ci sta: puntando, come è avvenuto per l’euro, che altri, poi, seguano la strada indicata dal nocciolo duro. Perché sia davvero potenza, infatti, la Ue deve abbandonare il paralizzante confederalismo, ostaggio di posizioni e interessi diversificati, che l’ha retta sin qui.

Senza questo difficile ma necessario passo l’Europa ha davanti solo la prospettiva di un vassallaggio assai poco felice a uno o più Imperi, che la priverebbe di vera sovranità. Nella nuova Era dei Titani, servono decisioni coraggiose: sapendo che il futuro è ora.

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