Chi guadagna e chi perde con la scelta del Tfr
Dal primo luglio la riforma, nel privato gli assunti hanno sessanta giorni per decidere se farlo restare in azienda o optare per il fondo pensione

Dal primo luglio è cambiato il trattamento di fine rapporto (Tfr). Infatti, la legge di Bilancio 2026 ha riscritto il nesso tra previdenza complementare e Tfr. La riforma apre alla logica del mercato finanziario.
Si supera così lo scambio tra somma di denaro accumulata lavorando e la sua gestione tradizionale. L’evoluzione sta nel passaggio a una logica pensionistico/assicurativa.
L’intento del Legislatore è di supportare la previdenza integrativa per affiancare forme di accumulazione di capitale alla pensione obbligatoria. Che, è l’idea implicita della riforma, sarà sempre meno generosa. Tra le cause di ciò c’è pure la demografia.
La riforma prevede che gli assunti nel settore privato abbiano 60 giorni per decidere sui loro Tfr. Ovvero scegliere se questo debba restare in azienda oppure se farlo confluire in un fondo pensione.
Per il vero già da tempo i Tfr finanziano la previdenza complementare. Lo rileva la Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione (Covip) per la quale, già prima della riforma del 2026, era versata per pensioni integrative una quota significativa (il 23% nel 2023 per Covip) dei Tfr generati dal sistema produttivo italiano.
Il meccanismo prescelto dal Legislatore per riformare è quello del silenzio/assenso. Così i neo assunti verranno automaticamente iscritti a una forma di previdenza complementare. Se silenti nei 60 giorni previsti allora il loro Tfr confluirà in un fondo. Viceversa, qualora il loro assenso fosse esplicitamente negato, il Tfr seguirà le indicazioni del contratto collettivo.
La riforma inverte la logica precedente: prima si doveva firmare per aderire alla previdenza integrativa. Ora vale il contrario. Naturalmente, pure chi già lavora sarà invitato a confermare le scelte fatte sul Tfr. In assenza di risposta pure qui scatterà l’iscrizione alla previdenza integrativa. Per i dipendenti pubblici tuttora resta, ma con novità per il 2027, il Trattamento di fine servizio (Tfs).
Merita precisare che i fondi in questione, a differenza di quelli operanti negli Stati Uniti, operano solo in contanti. Pertanto la possibilità di un loro fallimento è esclusa. Come anticipato, è evidente la logica che ispira la riforma. È quella di aprire un maggior collegamento tra il risparmio e il mercato dei capitali. Il tema è: la riforma conviene a lavoratori, lavoratrici e aziende?
Pare esserlo per il mondo del lavoro. Tanto più quanto è lontano il tempo della pensione. Cui aggiungere che, una volta superati i cinque anni necessari per l’iscrizione ad un fondo, il riscatto anticipato del capitale offre vantaggi riguardo sia alla deducibilità fiscale dei contributi volontari versati che per il contributo del datore di lavoro. All’opposto, unproblema potrebbero averlo le imprese. Nel senso che per le imprese il Tfr era fonte certa di liquidità.
È evidente che la riforma le preoccupi. Tuttavia altri fattori possono compensare. Tra questi la riduzione dell’indebitamento per il conferimento fuori dall’azienda del Tfr con il conseguente degli indicatori patrimoniali e finanziari. In sintesi, anche la gestione del risparmio pensionistico va modernizzata.
Riproduzione riservata © il Nord Est



