Il tabù del Quirinale e il nuovo "Fattore K" della destra: Meloni sfida il Deep State e il fronte anti-La Russa

La premier svela il desiderio di rompere l'ultimo tabù della Repubblica candidandosi al Colle o puntando su un profilo identitario. Ma lo spettro dei "pieni poteri" attiva le antenne di Renzi e la colla ideologica di Schlein. I sondaggi ipotizzano un "Governo Arcobaleno" pur di blindare il torrino del Quirinale

Carlo BertiniCarlo Bertini

Dire la verità è rivoluzionario, scriveva Antonio Gramsci e ciò vale per i gesti di rottura anche se a compierli non sono i militanti comunisti. Svelando il desiderio di mandare un esponente non moderato al Quirinale, Giorgia Meloni ha acceso infatti i riflettori sul fantasma che agita metà del paese: il timore che al Quirinale salga un esponente della destra un tempo considerata “estrema”. Facendo poi intuire che al Colle lei salirebbe molto volentieri, Meloni sfata un altro tabù: quello che per il trono del Quirinale, il palazzo dove risiedeva il Re d’Italia, non ci si candida mai, anzi. Nessun timore reverenziale dunque. Ma c’è un ma. E qui bisogna fare un passo indietro.

Quando nel 2019 Matteo Salvini se ne uscì con la richiesta di “pieni poteri” dalla spiaggia del Papeete nel momento di massima espansione di una Lega al 34 per cento, il deep state del paese fu percorso da un brivido. Alimentato dalla sinistra, ma intercettato da Matteo Renzi, dotato di antenne capaci di captare i segnali e di tradurli in operazioni politiche, come fu il via libera ad un esecutivo con i grillini con una maggioranza giallo-rossa, che impedì a Salvini di precipitare il paese in elezioni anticipate.

Fino al 2022 dunque, per le poltrone di Palazzo Chigi e del Quirinale, la destra italiana ha continuato a subire ciò che per decenni subì il Pci, secondo partito del paese, a causa del famoso fattore K (il divieto di mandare il Komunizm al potere in Italia durante la guerra fredda, nella celebre definizione di Alberto Ronchey).

Dopo aver sfatato il primo tabù diventando premier, Meloni ora vorrebbe rompere il secondo, però qui l’impresa è più ardua. Perché è vero che lei ha giurato sulla Costituzione e non si può dubitare del suo credo democratico; ma le forze politiche collocate nella tradizione della destra italiana nascono dalle ceneri di un Movimento Sociale Italiano nostalgico del fascismo, che non accettò di firmare la Carta Costituzionale dopo la guerra. Ed è questa – più della tela cucita e rivendicata da Elly Schlein – la colla che sta tenendo insieme “il Fronte anti-La Russa al Quirinale”, come lo definisce Renzi. Il quale da mesi spinge tutti i partiti di centro e sinistra a fare muro nelle urne contro il rischio che Meloni o il presidente del Senato salgano al Quirinale e assumano i pieni poteri in una nuova Repubblica presidenziale nei fatti.

È un fantasma agitato a fini di propaganda ma retaggio del dopoguerra, per cui risulta intollerabile alla sinistra e ad una parte dell’establishment (come lo ha bollato Meloni) l’idea che una destra tradizionalmente refrattaria a identificarsi in pieno nella Costituzione (sintomatiche le assenze di Salvini e Vannacci alle celebrazioni della Carta e del 2 giugno) possa avere i più alti gradi per rappresentarla dal torrino del Quirinale. Pertanto lo stesso fronte contro i “pieni poteri alla destra” che provocò la nascita del governo Conte due, stando ai sondaggi, potrebbe portare alla nascita di un “Governo arcobaleno” frutto di una sommatoria di sigle, unite soprattutto dalla paura di lasciare alla destra l’ultimo bastione in difesa della democrazia rappresentativa, il Quirinale.

E dunque, se alla premier converrebbe compiere una più netta cesura col passato, pure il campo largo ha un dovere: costruire un solido programma di un centrosinistra di governo, perché gli esecutivi costruiti sull’anti-qualcuno non hanno mai vita lunga, come non la ebbe il Prodi-due del 2006-2008.

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