Quando e come scoppierà la bolla dell’intelligenza artificiale
Gli analisti e le istituzioni invitano aziende, investitori e governi a riflettere sull’eventualità dello scoppio della bolla e su come questa inquinerebbe la congiuntura

Dean Baker, l’economista americano che ha previsto lo scoppio della bolla immobiliare nel 2007, non si fida dell’euforia che l’AI genera nei mercati finanziari. «Non faccio ancora previsioni negative - ha detto - però è tempo di tenere gli occhi bene aperti». Non è il solo a pensarla così.
Con ogni cautela, anche la Banca dei Regolamenti Internazionali - l’istituzione di Basilea che consiglia le banche centrali - avverte che la frenesia di spesa delle Big Tech per l'IA rischia di sfociare in un prolungato “crollo degli investimenti” capace di scuotere le Borse e danneggiare l'economia globale.
In genere, i più fra gli osservatori non hanno troppi dubbi sul “se” ci sarà una caduta, ma sul “quando” (non subito, almeno) e sul “come” (tracollo o atterraggio morbido?). L’umore diffuso è che la galoppata non possa continuare a lungo e sia necessario essere accorti. Quando l’inversione verrà, nessuno potrà dire di non essere stato avvisato.
La BRI non ce l’ha con l’Intelligenza artificiale, sia chiaro: non è il pane del diavolo. Al contrario ritiene che possa aumentare in modo significativo la produttività nel prossimo decennio, grazie all’iniezione di efficienza nelle imprese. Invita tuttavia a non dimenticare la lezione della febbre ferroviaria inglese di metà Ottocento o del boom di Internet all’inizio di questo secolo: entrambe hanno portato a una caduta degli investimenti e dei mercati, quindi a una recessione.
«L’IA potrebbe seguire un cammino analogo se i rendimenti non fossero adeguati», ammonisce la BRI. Oltretutto, il finanziamento dell’espansione si sta trasferendo dai flussi di cassa al debito. Mentre cresce l’esposizione, se gli utili tradiscono le aspettative si ha il crac. Potrebbe succedere perché è già successo. I cinque principali colossi del mercato digitale – gli hyperscaler, ovvero gli oltrenorma come Amazon, Oracle, Microsoft, Meta e Google – investiranno nella IA un trilione di miliardi di dollari nel 2026. Con simili volumi, si pongono due ordini di minacce.
La prima è finanziaria e riguarda la redditività di chi mette i soldi per creare nuovi servizi, crescere e guadagnare: dipende dalla possibilità concreta che le attese commerciali siano parecchio superiori ai risultati concreti che arriveranno, dal fatto che molte aziende stiano ancora investendo senza convincenti modelli di business, e dal timore che i limiti tecnici dello strumento ne frenino l’adozione.
Il fantasma, in questo caso, è dentro la macchina. Il secondo pericolo sono i consumi. Il Mit di Boston stima che nel 2026 i data center in genere saranno il quinto fruitore di energia del pianeta, dopo il Giappone e prima della Russia. Quanto all’acqua, gli elaboratori di Amazon bevono 26 milioni di litri al giorno, cioè 170.000 vasche da bagno, che già ora si cerca di riutilizzare.
Il peggior scenario di un futuro lontano è quello in cui dovremo scegliere fra interrogare Alexa e farci una doccia; nel frattempo i mercati saranno crollati. Niente paura, però. Siamo distanti dalla catastrofe. Gli analisti e le istituzioni invitano soltanto aziende, investitori e governi a riflettere sull’eventualità dello scoppio della bolla e su come questa inquinerebbe la congiuntura. Più che un campanello è ancora un tintinnio d’allarme. Sarebbe da sconsiderati non ascoltarlo.
Riproduzione riservata © il Nord Est



