4 Luglio 1776: la Dichiarazione d’Indipendenza americana e il lato oscuro dei diritti negati
Il celebre documento redatto a Filadelfia rompe i legami con re Giorgio III nel nome del diritto alla felicità. Ma il manifesto della prima democrazia liberale nasceva sulle spalle di 600 schiavi di George Washington e sull'esilio dei nativi. La profezia dimenticata di Tom Paine e il filo rosso che unisce Cromwell a Donald Trump

Il 4 luglio 1776 le tredici colonie del Regno Unito nel Nord America dichiarano la loro indipendenza dal Regno Unito stesso. Si rifiutano di obbedire da allora in poi al re Giorgio III ed al Parlamento del Regno, nel quale non sono rappresentati, pur essendo costretti a pagare tasse come e più degli inglesi d’Europa. Per questo motivo già è cominciata da un paio d’anni una guerra sanguinosa e fratricida con la madrepatria.
In nome di cosa compiono questo atto di ribellione? In nome di una serie di diritti che il Creatore ha voluto come propri della natura umana, consustanziali con essa, cioè tali che devono essere riconosciuti per tutti gli uomini in quanto tali: il diritto alla vita, alla libertà, al perseguimento della propria felicità. Se il re non li riconosce, in nome di quei diritti i cittadini sono legittimati a ribellarsi.
È un punto di partenza, che porterà, una decina d’anni dopo, alla Costituzione degli Stati Uniti d’America, nel 1787. Quei diritti sono alla base della prima Costituzione liberal-democratica della storia, e vengono ben specificati nei primi dieci Emendamenti, approvati qualche anno dopo. È però anche un punto di arrivo di una vicenda tutta “inglese”, cominciata nel 1215, con la Magna Charta Libertatum che stabilisce il principio dell’Habeas corpus, formula giuridica che significa che nessun suddito di Giovanni Senzaterra (il re sul trono ai tempi di Robin Hood…) poteva essere incarcerato, torturato e impiccato senza un regolare processo. Vicenda culminata nell’approvazione del Bill of Rights, l’elenco dei diritti sottoscritto dal re alla fine della Seconda Gloriosa Rivoluzione inglese del 1688-89, ispirata dal filosofo John Locke.
Qualche anno prima, nel 1649, il Parlamento inglese di Cromwell aveva condannato alla decapitazione il proprio re, Carlo I Stuart. I Francesi ci arriveranno solo un secolo e mezzo più tardi. A dimostrazione che la Rivoluzione Francese, in realtà, l’hanno fatta gli inglesi…
Ma non è tutto oro quello che luccica, come sempre. Quei diritti non valevano per i nativi, per gli indigeni, considerati selvaggi incivili non degni di rivendicare per sé quei diritti. E nemmeno per gli schiavi neri, che erano solo “cose” di proprietà dei loro padroni. La pensavano così anche i Padri della Dichiarazione di indipendenza, compreso George Washington, grande proprietario terriero, a capo dell’esercito degli insorti e poi primo Presidente degli Usa, che “possedeva” oltre seicento schiavi.
Ma ci fu chi si oppose a questa concezione, denunciandone la contraddizione proprio con i principi fondamentali della lotta per l’indipendenza e la libertà. Si chiamava Tom Paine, inglese anche lui, amico di Benjamin Franklin, autore di un piccolo libro, uscito nel 1791, che sarà letto in tutta Europa da centinaia di migliaia di persone. Si intitola The Rights of Man, e difende davvero i diritti dell’uomo in quanto tale, bianco o nero che sia. Che proprio in nome di quei diritti non può mai essere schiavo di altri uomini. Le sue idee non furono seguite, morì in esilio e in povertà. Fosse stato ascoltato, gli Stati Uniti si sarebbero risparmiati il genocidio dei nativi, una guerra civile, quella di Secessione (1861-1865), l’assassinio del presidente Abraham Lincoln, e di uomini come Martin Luther King. La storia americana sarebbe stata ben diversa. E anche l’America di oggi. E forse ci saremmo risparmiati anche la presidenza di Donald Trump.
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