È l’ora di creare un nuovo ordine commerciale

I nuovi dazi americani rilanciano lo scontro sul commercio mondiale. Dietro la strategia di Trump potrebbe esserci il tentativo di riscrivere le regole degli scambi internazionali e ridurre gli squilibri economici

Giancarlo CoròGiancarlo Corò
Donald Trump
Donald Trump

Imporre dazi a chi esporta negli Stati Uniti è la manovra di politica economica preferita da Donald Trump. Nell’ordine esecutivo firmato la settimana scorsa, viene addirittura invocata la difesa dell’economia americana dalle importazioni di beni prodotti con lavoro forzato.

Considerati i complessi intrecci delle catene globali di fornitura, difficile perciò venire esclusi dal nuovo provvedimento, Italia compresa, che infatti rientra nella lunga black list stilata dalla Casa Bianca.

Possiamo indignarci o sorridere di fronte all’ennesimo pretesto per tassare le importazioni nel più ricco mercato del mondo, magari sperando andrà a finire come nei casi precedenti: da un lato con impatti modesti sull’interscambio internazionale e, dall’altro, un nuovo ciclo di ricorsi legali da parte di giudici e corti federali. Il risultato, tuttavia, sarà un ulteriore innalzamento dei livelli di incertezza. Giunti a questo punto, diventa però utile chiederci se ci sia del metodo in questa follia.

Ovvero, se dietro ai caotici tentativi della Casa Bianca di erigere barriere tariffarie non ci sia una strategia consapevole e, alla fine, più razionale di quanto siamo disposti a riconoscere per riformare le attuali regole del commercio mondiale, basate essenzialmente sull’idea che la libertà degli scambi avvantaggi un po’ tutti e favorisca, alla fine, relazioni pacifiche tra paesi.

Queste regole, va detto, sono state pensate nell’immediato dopoguerra per un’economia che, nel frattempo, è profondamente cambiata sia a causa del progresso tecnico, che ha modificato l’organizzazione della produzione, sia dell’entrata di nuovi protagonisti nella scena mondiale, a partire dalla Cina, le cui istituzioni non hanno seguito al loro interno le stesse logiche di mercato che guidano gli scambi tra paesi. Inoltre, un fattore che negli ultimi decenni ha influenzato gli equilibri dell’economia mondiale è la mobilità dei capitali, che ha ridimensionato il ruolo dei saldi commerciali nel regolare i tassi di cambio. Un’economia in surplus commerciale dovrebbe vedere un apprezzamento della propria valuta, mentre economie in deficit dovrebbero al contrario assistere a un deprezzamento. Questo processo tende a ribilanciare gli scambi.

Se ciò non è avvenuto è perché il risparmio dei paesi in surplus – quali Cina, Giappone e UE – è stato lasciato libero di affluire nella principale economia in deficit, gli Usa, alimentando non solo squilibri commerciali, ma anche economici (con lo spostamento di interi settori industriali in Asia) e finanziari (il debito estero americano pesa oggi quasi un terzo del Pil mondiale).

L’impegno da parte delle principali economie a mantenere l’equilibrio delle bilance correnti, come era stato a suo tempo proposto da John M. Keynes e oggi rilanciato da Jamieson Greer, rappresentante al Commercio della Casa Bianca, potrebbe dunque diventare il punto di accordo per un nuovo ordine commerciale.

Per le economie in surplus, come l’Italia, non significa ridurre le esportazioni, bensì accrescere salari e investimenti aumentando, di conseguenza, le importazioni, a beneficio di una domanda interna che da troppo tempo stiamo cercando di sostituire con quella estera.

 

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