L’Europa paga la conseguenza di dipendere dal petrolio
L’atmosfera politica internazionale è tale da rendere incerti i momenti di calma dei prezzi energetici, i mercati sono sensibili alle tensioni mondiali. E le conseguenze le pagano i consumatori

I mercati sono sensibili alle tensioni internazionali. A Hormuz l’atmosfera politica peggiora? Subito i prezzi di petrolio e gas s’impennano. Un attimo di tregua e scendono. A riprova, nelle fasi tempestose tra Iran e USA il Brent (qualità di petrolio a basso contenuto di zolfo che fa da standard di prezzo) ha superato i 100 dollari al barile (circa 159 litri). Poi ad ogni tregua è ridisceso.
Di tutto ciò i consumatori hanno immediato impatto. Ciò spinge i governi ad intervenire. Così ha fatto e fa il governo della Repubblica. In questi casi le Autorità hanno due possibilità. La prima è la logica economica a suggerirla: se i prezzi (sono informazioni sui mercati) appaiono tesi c’è scarsità di un bene. Per questo approccio il consumatore dovrebbe essere informato e indotto al risparmio. La logica politica, viceversa, pensa al consenso. Ancor di più se c’è movimento per le vacanze.
Va riconosciuto che il governo ha scelto una via di mezzo ragionevole. Infatti è intervenuto sul gasolio che ha un impatto inflattivo essendo impiegato nei trasporti come pure nell’agricoltura. Di conseguenza, i suoi aumenti di prezzo finiscono per impattare sul carrello del consumatore. Pertanto, il governo ha tagliato per 10 giorni (poi si valuterà) il “costo fiscale” del gasolio: accise e IVA. Ha escluso ovviamente le altre voci di costo: quello del petrolio di cui il gasolio è un derivato; il costo industriale (raffinazione e distribuzione); infine il margine di guadagno per distributori e venditori.
È un prendere tempo sperando lunga tregua tra Hormuz Bab- e la Porta del Pianto, lo stretto che collega Oceano indiano e Mediterraneo. Perché ogni tempesta politico/militare da quelle parti è un proiettile sul mercato dell’energia che impatta micidiale sulle economie europee.
Peraltro la scarsità di idrocarburi è politico/bellica. Tant’è che prima della crisi di Hormuz il petrolio, ad esempio, era in eccesso di offerta. Ora vale l’opposto. Per l’economista Tabarelli in linea teorica il prezzo del petrolio potrebbe superare i 150 dollari al barile. Lo si è evitato perché la Cina ne ha ridotto l’import ricorrendo alle riserve. Inoltre il ricorso di Riad all'East-West Pipeline le ha permesso di esportare il proprio oro nero bypassando Hormuz.
Ma ora la strada è tagliata dagli Huthi. Inoltre i bombardamenti hanno danneggiato la produzione di gas e derivati del petrolio. Ed è difficile stimare danni e tempi di interventi correttivi. Insomma il “rischio costi” c’è ancora tutto.
L’atmosfera politica internazionale è tale da rendere incerti i momenti di calma dei prezzi energetici. Qui pesa la responsabilità di Europa e Italia per aver sostanzialmente ridotto produzione e raffinazione di idrocarburi. Si chiama scegliere la dipendenza. È stata una sottovalutazione del rischio politico connesso alla “deindustrializzazione energetica”. Certo, in prospettiva c’è la relativa riduzione degli idrocarburi nel nostro mix energetico. Ma al momento restiamo esposti agli incerti venti della geopolitica.
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