I nostri ospedali e ambulatori rischiano il collasso, ecco perché

La falcidie della carenza di medici sta compromettendo fin dai primi passi le neonate Case di comunità, che avrebbero dovuto fornire un contributo determinante al riequilibrio del settore, alleggerendo gli ospedali

Francesco JoriFrancesco Jori

Chiuso per fallimento. Ecco un funesto cartello che rischia di comparire tra una manciata d’anni su centinaia di ospedali, ambulatori, studi medici, residenze per anziani in tutta Italia, ma pure su nuove strutture che si stanno mettendo insieme per colmare le lacune, a partire dalle Case di comunità: causa drammatica crisi di personale, certificata da dati inoppugnabili.

Mancano migliaia di medici, specie in una serie di comparti ospedalieri strategici, a partire dai pronto soccorso, e una larga parte di quelli che ci sono si avviano comunque ad andare in pensione; sul territorio, la carenza è elevata tra i medici di famiglia, con un vuoto compreso tra i 4mila e i 6mila. A questo si accompagna un devastante deficit di infermieri, tra i 60mila e gli 80mila, e di oss (operatori socio sanitari), tra i 20 e i 30mila.

Ancora più funeste sono le proiezioni per il futuro dietro l’angolo: nei prossimi dieci anni mancheranno in tutto 150mila unità di personale sanitario, di cui 30mila medici ospedalieri, 20mila medici di famiglia, 78mila infermieri, 26mila oss.

È un’epidemia che investe anche il Nord Est, dove pure i livelli della sanità sono tra i più alti in Italia. Per i soli medici di famiglia, nel 2030 verranno a mancarne tra 650 e 850 in Veneto, tra i 150 e i 220 in Friuli Venezia Giulia. Prendendo in considerazione l’intero personale sanitario, il deficit veneto si avvicina alle 10mila unità, quello friulano alle 2mila. I vuoti più pesanti si registrano tra infermieri e operatori socio-sanitari, non solo in ambito ospedaliero ma pure in quello delle residenze per anziani: al punto che proprio in questi giorni il Veneto è sbarcato in Sudamerica per reclutare oss in misura massiccia.

La falcidie sta compromettendo fin dai primi passi le neonate Case di comunità, che nell’intento del sistema dovrebbero fornire un contributo determinante al riequilibrio del settore, alleggerendo gli ospedali, servizi di pronto soccorso in testa, e incrementando la presenza nel territorio a partire dall’assistenza domiciliare. Sono strutture introdotte già da un decreto del 2020, e potenziate dai fondi del Pnrr che hanno destinato 2 miliardi di euro per realizzarne 1. 723.

A una manciata di mesi dalla scadenza del tempo utile per poterne usufruire (2 giugno), ne sono decollate poco più della metà, ma in modo parziale: secondo dati Agenas (l’Agenzia per i servizi sanitari regionali), di quelle entrate in funzione solo 172 hanno attivi tutti i servizi obbligatori, solo in 46 sono presenti anche medici e infermieri, in 660 è possibile trovare almeno un servizio attivo.

Anche qui, la carenza principale è la mancanza di personale dedicato, specie sanitario, compromettendo così funzioni strategiche come garantire servizi domiciliari per i più fragili, controlli dopo le dimissioni dagli ospedali, gestione dei farmaci per le continuità terapeutiche, interventi preventivi di accompagnamento. La situazione a Nord Est è tutt’altro che rassicurante.

In Veneto, su 99 Case previste ne sono state attivate 63, ma solo 3 dispongono del personale necessario, 16 hanno solo i medici, 6 solo gli infermieri, e comunque non a tempo pieno. In Friuli Venezia Giulia delle 32 previste ne sono state aperte appena 3; anche qui il nodo è la scarsità di personale, come segnalato di recente dall’Ordine dei medici. Tutto ciò nel contesto di un inesorabile e crescente invecchiamento della popolazione, col relativo aumento di domanda di servizi sanitari e sociali, dagli ospedali alle Rsa al territorio.

E se è la medicina per prima ad ammalarsi, che ne sarà di quelli che dovrebbe curare? 

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