La legge elettorale piegata agli interessi di parte
Ancora una volta la riforma coincide con l’intento di ritagliarsi un voto su misura in vista delle politiche. Il governo festeggia la vittoria e sostiene di aver restituito agli elettori la scelta dei rappresentanti

Da una parte gli interessi di bottega, dall’altra l’interesse generale (quello dei cittadini-elettori). Una contrapposizione che potrebbe suggerire a qualcuno uno schema troppo manicheo, perfino un po’ “populista”, mentre, come noto, il populismo domina la politica nazionale – e non solo quella, naturalmente – anche riguardo la riforma elettorale (il “Melonellum” o lo “Stabilicum”, a seconda dei punti di vista).
E dire che, ancora una volta, il ridisegno della legge elettorale coincide con l’intento (questo pure assai trasversale) di fabbricarsi una modalità di voto “ritagliata su misura” degli interessi elettoralistici della maggioranza, anziché con la finalità di mettere i cittadini nelle condizioni di disporre di uno strumento ottimale di rappresentanza. E questa considerazione costituisce nient’altro che una fotografia realistica dell’esistente (e non una “predica moraleggiante” né, men che meno, “antipolitica”). La famigerata ingegneria elettorale a geometrie variabili, insomma. Come pure il machiavellismo, i minuetti, i rovesciamenti di posizione e il trionfo dei tatticismi, come in materia di preferenze.
A Palazzo Madama il presidente Ignazio La Russa aveva consentito alle opposizioni di presentare un sub-emendamento sulle preferenze “libere”, dando l’impressione di un potenziale gioco di sponda – con il consenso della premier Giorgia Meloni – per forzare la mano (e il voto) della Lega e di Forza Italia, che non le vedono di buon occhio. Sulla legge elettorale le convenienze congiunturali dei partiti spaccano le coalizioni e rappresentano, specie in questa cosa verso il voto del 2027 (decisivo anche per gli equilibri da cui dipenderà la partita del prossimo inquilino del Quirinale), uno dei fattori essenziali delle loro permanenti fibrillazioni interne.
Tuttavia, la “trappola” non è scattata, il destracentro ha respinto compattamente il sub-emendamento (con 99 no contro 68 favorevoli) e ha votato l’ultima versione del proprio testo che prevede le preferenze, ma con i capilista bloccati. Il governo canta così vittoria – anche se la vigilia era stata assai convulsa –, festeggia lo scampato pericolo e sostiene di avere restituito agli elettori la “piena” e “totale” facoltà di scelta dei rappresentanti, anche se non è esattamente così, e ci troviamo invece più dalle parti della propaganda. Il centrosinistra battuto urla allo scandalo, e Matteo Renzi intima alla maggioranza di “vergognarsi”, sentendosi forse “usato” senza aver raggiunto l’obiettivo.
E, naturalmente, si era fatto sentire anche Roberto Vannacci, che aveva chiesto al governo di votare il suo (altro) sub-emendamento sempre volto a introdurre le preferenze libere – mentre, sia detto per inciso, non si è udito il suo alto grido di giubilo, come sarebbe stato prevedibile, per la vittoria dell’Afd in Sassonia-Anhalt, facendo sospettare che siano in corso interlocuzioni con il mondo meloniano per il prossimo appuntamento elettorale. E, dunque, un po’ gioco delle parti, un po’ teatro (o teatrino) della politica, e una serie di bizantinismi che richiedono le lenti dei retroscenisti per venire adeguatamente interpretati. Ma, in ogni caso, per l’appunto, l’interesse di parte (dei partiti) sopra quello comune (della cittadinanza)...
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