Così paghiamo noi la guerra di Trump
Il controllo della “Porta delle Lacrime”, lo Stretto di Bab el Mandeb, da parte della milizia sciita yemenita Houti, ha implicazioni di portata mondiale. E ci riguarda assai da vicino

Il controllo della “Porta delle Lacrime”, lo Stretto di Bab el Mandeb, da parte della milizia sciita yemenita Houti, ha implicazioni di portata mondiale. E, per le conseguenze strategiche ed economiche che comporta, questo ci riguarda assai da vicino.
Il successo degli Houti, storici alleati degli iraniani, ai quali sono legati da affinità religiose e comuni nemici, oltre che dall’obiettivo di contenere l’Arabia Saudita, permette ora all’Iran di controllare, sia pure indirettamente, dopo Hormuz l’altro stretto della regione. E dunque di bloccare non solo le esportazioni del greggio saudita, ma potenzialmente tutti i traffici commerciali che, attraverso la rotta Mar Rosso-Canale di Suez, bypassano il lungo e costoso periplo dell’Africa per portare idrocarburi e merci in Europa.
Gli Houti, impegnati nel riesploso conflitto con i sauditi alleati dello schieramento sunnita che esprime il governo ufficiale dello Yemen, peraltro lacerato tra sostenitori di Riad e degli Emirati, dichiarano di voler bloccare solo le petroliere di Riad, ma i timori per gli incerti scenari futuri infiammano i mercati.
Bab el Mandeb dota Teheran, dopo Hormuz, della “seconda Bomba”, quella che i Pasdaran possono giocare nella decisiva partita a scacchi con gli Usa e Israele. E come è noto, gli iraniani sono storicamente tra i massimi cultori di quel gioco di strategia. Gli Houti alla “Porta delle Lacrime”, rappresentano un’autentica “mossa del cavallo” nella scacchiera regionale, capace di imprimere una svolta anche sul fronte del conflitto principale. Teheran è ora in grado di interrompere, direttamente o per interposto proxie, una quota rilevante dei flussi energetici e commerciali mondiali.
Buona parte di quello che un tempo era l’Occidente - e in particolare l’Europa, Italia in primis -, non è in grado di reggere, senza subire un impatto problematico dal punto di vista economico, prima ancora che geopolitico, la paralisi di entrambi gli stretti. Tanto più che il regno guidato da Bin Salman, che aveva parzialmente aggirato Hormuz attraverso l’oleodotto Est-West che sfocia nel terminal sul Mar Rosso di Yanbu, ora anche colpito da droni forse lanciati dagli alleati iracheni di Teheran, ha invano chiesto aiuto all’alleato Usa. Ma Trump non ha potuto, e voluto, intervenire contro gli Houti.
Alla vigilia delle elezioni di Midterm non può impegnarsi in un’altra guerra, incalzato com’è dall’opposizione democratica, dal malcontento neoisolazionista dell’elettorato MAGA, e persino dalla contrarietà delle sue forze armate, preoccupate di non reggere un conflitto prolungato.
Così l’Arabia Saudita dovrà optare tra l’inefficace e solitario appoggio ai sunniti dello Yemen e un patto faustiano con l’Iran che gli consenta di uscire dalla difficile situazione. Quanto agli europei, dovranno rassegnarsi a veder lievitare ancora i prezzi di gas e petrolio, se non le scorte ridotte. È l’esito della disastrosa guerra voluta da Trump, di cui siamo i primi a pagare le conseguenze.
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