Il rischio di andare a sbattere con la legge elettorale
I calcoli dei partiti prevalgono sull'interesse comune: lo spettro dell'ingovernabilità e lo scontro in Senato

Scrivere un articolo sulla riforma della legge elettorale significa sapere, già in partenza, che si finirà per sbattere la testa contro il muro. Due volte. La prima, sfidando la repulsione dei lettori per un tema percepito come ostico, palloso, di esclusivo interesse della casta. La seconda, dovendo constatare come gli atteggiamenti della classe politica, a destra come a sinistra, non facciano che suffragare, in modo sempre più smaccato, l’interpretazione popolare. Eppure...
Eppure, per l’ennesima volta, indossiamo volentieri il casco e... sbaaam (x 2). Non solo perché – si è detto mille volte – il tema riguarda le regole base del gioco democratico: ci riguarda quindi tutti, come cittadini. Ma perché questa volta, forse, c’è in gioco persino qualcosa in più. E, seguendo la strada più sbagliata possibile, con le forze politiche impegnate a dare il peggio di sé, potrebbe persino uscirne una norma utile. Non certo l’ottimo, che non esiste più (e forse non è mai esistito). Ma almeno una legge migliore rispetto alle possibili varianti del testo base ancora in discussione in Parlamento. Migliore, magari, rispetto alla legge attualmente vigente.
Il nodo più dibattuto riguarda la capacità del sistema elettorale di produrre un vincitore. Quindi: una maggioranza e un governo. Insomma, quella stabilità divenuta bandiera del melonismo e dell’esecutivo più longevo della storia, ma comunque incapace di condurre in porto le riforme istituzionali inseguite da almeno tre decenni. In particolare, la riforma della forma di governo: quel premierato abbandonato, strada facendo, e oggi perseguito, di fatto, attraverso la riforma elettorale.
Nemmeno il premio di maggioranza previsto dal testo attualmente al Senato, tuttavia, è in grado di garantire quel risultato. Visto che la soglia per farlo scattare – il 42% – non è detto che venga raggiunta. E lo scenario senza-vincitori, con conseguente paralisi istituzionale e ingovernabilità, continua ad aleggiare. Ecco allora l’ipotesi del ballottaggio, attraverso un emendamento del senatore di FdI Marcello Pera, ma ispirato all’iniziativa bipartisan di costituzionalisti e associazioni di diversa area politica.
Nel giudizio di Roberto d’Alimonte – massimo esperto italiano del tema – non si tratterebbe di un “vero” ballottaggio: quello che, ad esempio, utilizziamo per l’elezione del sindaco nei comuni con più di 15mila abitanti (e che il centro-destra voleva “superare”...). Il nuovo ballottaggio scatterebbe, invece, solo a determinate condizioni. Non cancellerebbe quindi il rischio – per chi lo ritiene tale – del pareggio. Ma lo ridurrebbe.
Peccato che la mossa last-minute del primo partito di maggioranza suoni, per l’ennesima volta, più come frutto del calcolo politico che di uno sguardo da statisti. Che dentro la stessa coalizione di governo si alzi il muro di chi teme di essere danneggiato dal doppio turno. Esattamente come, tra i partiti di opposizione, in base a sondaggi che (in questo momento) li danno favoriti, non faccia breccia alcuna ipotesi di collaborazione sulla scrittura delle regole. Si profila, così, sempre più concreto, uno scenario in cui si va davvero a sbattere. Questa volta tutti insieme. Sbaaam.
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