Milei riapre lo scontro sulle Falkland-Malvinas: Londra replica dura e l'ombra di Trump agita l'Occidente
Tra giacimenti petroliferi e vecchie ferite della guerra del 1982, il presidente argentino sfida il Regno Unito. I rischi di un nuovo fronte per l'Europa e l'Italia

Ci mancava solo Javier Milei che, respirando “un vento di cambiamento” sul pianeta Terra, riapre la questione di quelle per lui sono le Malvinas, un arcipelago sperduto nell’Atlantico, grande poco più della metà del Veneto, ma con appena 3.600 abitanti. Il presidente argentino, leader assai nazionalista, sfida il Regno Unito sul dominio che a Londra chiamano Falkland, territorio d’Oltremare della Corona dal 1833. «Ci appartengono per storia e per diritto – tuona l’ultraconservatore di Buenos Aires – e non c'è discussione sulla sovranità». “Siamo irremovibili, sono nostre e lo resteranno”, ribatte duro il ministro degli Esteri britannico, il laburista Ed Miliband, uno che aveva tredici anni quando, nel 1982, scoppiò la guerra dei 73 giorni in cui Maggie Thatcher sbaragliò gli argentini del Generale Galtieri e riconquistò le “sue” isole.
La Union Jack sulle “piccole sorelle perdute” è una ferita aperta per gli argentini. È una faccenda d’onore diventata una questione di business con la scoperta del giacimento Sea Lion da almeno 50 milioni di barili l’anno sfruttato da una joint-venture anglo-israeliana. Milei minaccia sanzioni contro le compagnie atlantiche prive di una sua autorizzazione e vuole una base navale sulle Malvinas. Gli analisti ritengono che Donald Trump lo fiancheggerebbe in cambio dell’oro nero, del resto il presidente americano ha aperto alla eventualità di non sostenere i britannici contro Baires visto che loro non lo hanno aiutato in Iran.
Per farsi un’idea occorre ricordare che il primo sbarco non disputato fu inglese (1690) e condusse al battesimo delle Falkland, dal nome del tesoriere della Marina che finanziò la spedizione. Nel 1764/65 francesi e britannici crearono due porti su versanti opposti del gruppo di isole, inconsapevoli l’uno dell’altro. Nel 1765 Parigi cedette l’approdo agli spagnoli che presto scoprirono di non essere soli: si rischiò lo scontro sinché non ci fu un’intesa di coabitazione svanita col graduale abbandono dei luoghi. Nel 1820 le Province Unite del Río de la Plata (la futura Argentina) rivendicarono le Malvinas (l’etimo è francese: Malouins, abitanti di Saint Malo) e le occuparono. Nel 1833 la Royal Navy se le riprese avviando una supremazia interrotta solo per due mesi e mezzo nel 1982.
Col clima che c’è, col vento “nuovo” che pare “vecchio” a chi ha memoria, basterebbe un drone per scatenare il terremoto. Se Baires attaccasse, Londra reagirebbe, distraendosi dal sostegno all’Ucraina. Trump potrebbe sposare la tesi di Milei, ma anche la neutralità sarebbe pesante. L’Europa sarebbe imbarazzata perché il Regno Unito è un ex di casa Ue e l’Argentina un partner caro alla destra. Israele sarebbe infuriato per la storia del petrolio. Putin e Xi gongolerebbero come fanno sempre quando scoppia un casino a Occidente.
E L’Italia? Nel 1982 il governo di centrosinistra (Spadolini) fu ambiguo. Adesso Milei e Meloni sono in gran sintonia, ma scegliere “i latinos” sarebbe un grave precedente, anche se Roma non ha mai riconosciuto sino in fondo le Falkland come possesso britannico. Facile immaginare altri salti mortali diplomatici, consolidato sport nazionale. Intanto, il multilateralismo già incrinato da Trump perderebbe un altro colpo e l’indice di instabilità crescerebbe con probabili conseguenze economiche e sociali. Sarebbe bene che se ne stessero tutti tranquilli. Ma ha ragione il truce capo argentino, c’è “un vento nuovo”. E non promette nulla di buono.
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