La risposta politica alla riforma sulla giustizia

Secondo i sondaggisti, una bassa percentuale di votanti avrebbe potuto favorire un’affermazione del No, una partecipazione maggiore viceversa avrebbe potuto avvantaggiare il Sì. Ma sarà davvero così?

Carlo BertiniCarlo Bertini

Il tam tam si diffonde nelle chat di entrambi gli schieramenti, quello a favore del No e quello a favore del Sì, prima del pranzo della domenica, quando siti e agenzie diffondono un dato sorprendente: la partecipazione al voto per il referendum sulla Giustizia alle 12 di domenica sfiorava il 15 per cento, fermandosi al 14,9.

Cosa significava? Che il vento era cambiato. Perché il range tipico alle ore 12 ha sempre oscillato tra il 7 e il 12 per cento. E questa sorpresa veniva confermata con il dato delle 23, pari al 45,9% in Italia, al 50,5% in Veneto e al 48,5% in Friuli Venezia Giulia.

Nei palazzi della politica, già a mezzogiorno tutti compulsavano gli archivi online dunque, scoprendo che un dato così alto non si vedeva da anni, anzi. Gli esperti sanno che un forte coinvolgimento già al mattino della domenica, in base ai modelli statistici, porta solitamente a superare alle 15 del lunedì il quorum del 50 per cento più uno dei votanti, che nel caso dei referendum confermativi di riforme costituzionali non è neanche necessari superare perché i risultati siano validi. Se poi si moltiplica il dato di mezzogiorno della domenica, come fanno gli esperti per stimare la partecipazione finale, per 4 o 4,5, si ottiene una percentuale vicina al 60 per cento, ben più alta del previsto e dei precedenti storici.

Nei referendum più recenti, si era infatti verificato un tasso del 12 per cento a mezzogiorno della domenica per quello sul taglio dei parlamentari del 2020, che pure beneficiava del traino di elezioni regionali, mentre quello del 2011 sulle trivelle non raggiungeva l’11 per cento.

Se a questo si aggiunge che i referendum molto tecnici, con quesiti specifici, di solito partono molto bassi, si capisce il peso politico assunto da questo voto popolare sulla Giustizia.

Ciò spiega l’agitazione diffusa nei vari partiti. Anche perché fin dalle 12 di domenica tutte le previsioni che i sondaggi in via riservata avevano confezionato per i vari soggetti politici alla vigilia del voto finivano a zampe all’aria. Ogni rilevazione di queste settimane, infatti, si era basata su una forbice di partecipazione molto bassa, tra il 40 e il 50 per cento al massimo. E nei sondaggi ufficiali, pubblicabili fino a 15 giorni prima del voto, tutti gli istituti terminavano con percentuali di poco difformi, ma con una conclusione identica: una bassa percentuale di votanti avrebbe potuto favorire un’affermazione del No, una partecipazione maggiore viceversa avrebbe potuto avvantaggiare il Sì.

Ma ciò non bastava a rassicurare uno schieramento e ad allertare il blocco opposto, perché le considerazioni politiche che per tutta la giornata di ieri correvano sul filo delle chat di entrambe le parti si assomigliavano: chi può dire se la discesa in campo di Giorgia Meloni, che ha esposto il suo volto nel proscenio della campagna referendaria proprio nell’ultimo miglio, abbia stimolato la frangia di elettorato a lei avversa a recarsi in massa alle urne? O se, al contrario, la maggioranza silenziosa dei suoi milioni di elettori, fino a quel momento poco interessati ad un quesito molto tecnico, si sia svegliata dal torpore ed abbia deciso di andare a votare per proteggere Giorgia delle incursioni della sinistra? Nessuno e quindi un sentimento di apprensione per tutta la giornata di domenica ha pervaso le due trincee e il dato delle 23 lo ha rafforzato. 

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