Referendum, perché vince soltanto chi va a votare

La giustizia rappresenta uno dei pilastri della democrazia costituzionale e la scelta che si andrà a fare col voto è destinata ad avere un impatto di rilievo sugli anni a venire

Massimiliano PanarariMassimiliano Panarari
Le schede elettorali
Le schede elettorali

Comunque vada… si dovrebbe andare a votare. Non è retorica, ma il fondamento dei sistemi politico-rappresentativi. E il voto è sempre e in ogni caso, come si diceva nel passato, una “festa della democrazia”.

Il voto referendario odierno ha per oggetto la legge di riforma della giustizia voluta dal governo Meloni, ed è un referendum costituzionale confermativo, regolato dall’art. 138 della Costituzione, che non prevede il quorum (come, invece, accade per quello di tipo abrogativo).

Si tratta, quindi, tecnicamente di un voto referendario importante perché va a modificare (con il sì), o a riconfermare lasciandolo inalterato (con il no), l’ordinamento giurisdizionale vigente nel nostro Paese. Al centro del quesito sottoposto all’opinione pubblica c’è la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, con l’istituzione di due Consigli superiori della magistratura (uno per i giudicanti e l’altro per gli inquirenti) e la previsione della nascita di un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 membri fra professori, avvocati e magistrati da sorteggiare. Proprio l’estrazione a sorte da un elenco di giuristi predisposto dal Parlamento in seduta comune è uno dei nodi che ha maggiormente suscitato le proteste delle opposizioni e dell’Anm.

La giustizia rappresenta uno dei pilastri della democrazia costituzionale, e la scelta che si andrà a fare col voto è destinata ad avere un impatto di rilievo sugli anni a venire: ecco perché tecnicamente siamo in presenza di un momento importante della nostra vita pubblica, meritevole di una partecipazione quanto più larga possibile. Siamo chiamati a esprimerci non su “mere” questioni procedurali, ma sull’architettura stessa del nostro sistema di garanzie e su una serie di “regole del gioco” che influenzeranno a lungo la carriera dei magistrati e la percezione di imparzialità del sistema (e, in qualche modo, anche l’efficienza dei tribunali, che finisce per dipendere anche dal clima delle relazioni e dagli equilibri di fondo fra i suoi componenti).

E, naturalmente, quello di oggi è un voto politicamente importante, “preparato” dalla consueta polarizzazione e situazione di innalzamento dei toni dello scontro tipica della campagna elettorale permanente estesa a ogni genere di consultazione. Anche se non dovrebbe essere così, le dinamiche di personalizzazione hanno preso il sopravvento: e, dunque, sia Giorgia Meloni che Elly Schlein si giocano non poco su questo referendum. In palio, sotto il profilo strettamente politico, ci sono le guide delle due coalizioni, nel senso che la vittoria del no produrrebbe un indebolimento oggettivo – anche se non una messa in discussione – della leadership meloniana, mentre quella del sì collocherebbe un altro ostacolo significativo sulla strada di una rivincita delle attuali minoranze alle prossime elezioni politiche.

Assistiamo da tempo a un trend ineluttabilmente calante nella partecipazione elettorale, e la natura tecnica marcata del quesito non aiuta, naturalmente, a richiamare alle urne i cittadini-elettori. Nondimeno, si è assistito negli ultimi giorni a un dibattito intenso che induce a guardare con maggiore ottimismo ai numeri di chi andrà ai seggi. E, allora, fra oggi e domani muniamoci di certificato elettorale e partecipiamo.

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