Hub per migranti, un successo a metà

Il pacchetto previsto dall’Unione europea è un segnale politico, ma non una soluzione. I governi potranno trasferire gli irregolari in strutture fuori dai confini

Marco ZatterinMarco Zatterin
Il centro migranti di Gjader in Albania
Il centro migranti di Gjader in Albania

Il Pacchetto Migranti definito dall’Unione europea dopo dodici anni di confronto serrato è segnale politico, ma non una soluzione. Si tratta di una scatola degli attrezzi che consentirà soprattutto ai governi conservatori, attualmente la maggioranza sul continente, di stringere le politiche di controllo su chi arriva nel Continente e anche di dire che le misure estreme, come gli hub di raccolta in stile albanese, sono una risposta a quello che una parte dei cittadini considera “un problema”.

Sarà più facile pretendere di aver preso il presunto toro per le corna e tuttavia sarà la fine dell’alibi europeo a lungo invocato da molte capitali per ciò che non si è stati in grado di fare. L’illusione di essere forti e non una cura, commenta un esperto. Le statistiche e le evoluzioni attese avvertono che, al netto d’una strategia corale di ampio respiro, si farà in fretta a rendersi conto che nulla è cambiato.

La principale novità del Pacchetto è che, attraverso accordi bilaterali con Stati terzi considerati “sicuri” (ma da chi e come?), i governi potranno trasferire gli irregolari in apposite strutture fuori dai confini dell’Unione. Questi return hub funzioneranno da centri di transito come da luoghi nei quali i migranti potrebbero rimanere ad attendere il rimpatrio definitivo; attualmente il riaccompagnamento è previsto solo verso i Paesi di origine.

Allo stesso tempo, le autorità nazionali potranno effettuare perquisizioni nella residenza degli “irregolari” per agevolarne il rintraccio, mentre cambiano le regole sui ricorsi contro le espulsioni: in caso di impugnazione, la protezione potrà essere sospesa per decisione giudiziaria con pronuncia caso per caso e non automaticamente. Infine, viene esteso di detenzione in attesa del rimpatrio, dagli attuali sei mesi di massimo fino a due anni. Per le persone ritenute una minaccia alla sicurezza potrebbero essere previste misure più severe.

C’è insomma molta “ammuina”. Secondo le Nazioni Unite, il numero globale dei migranti supera i 300 milioni di unità, il 3,7 per cento della popolazione planetaria. Fuggono da guerre, dittature, carestie, clima estremo e crisi economiche. Secondo Frontex, l’agenzia che sovrintende al controllo delle frontiere europee, nel 2025 in Europa sono entrati 178 mila richiedenti asilo (-26% sul 2024), 66 mila dei quali sono passati dalla rotta mediterranea, cioè dall’Italia. Eurostat, l’istituto di statistica Ue, rivela che a fronte di 117 mila non aventi diritto ne sono stati rimpatriati solo 34 mila. Significa che il meccanismo non va. Nel terzo trimestre 2025 l’Italia ha rimandato a casa appena 1270 espulsi su 5370.

Basta assicurare dire che i return hub, oltre ad aprire una lunga serie di possibili e complessi contenziosi legali, non rimettono a posto le cose: sono piccoli e costosi.

Un programma di buon senso a medio lungo termine che gestisca prima di respingere consiglierebbe di lavorare a livello europeo su una soluzione di verifica e rimpatrio comune, investendo in parallelo sulle cause delle migrazioni (un piano Mattei “vero”). Senza contare che occorrono politiche di integrazione per chi resta, gente di cui un Continente in crisi demografica ha bisogno. Proclamare “li mandiamo in Albania” può difendere qualche voto. In nessun modo, però, potrà correggere una crisi migratoria e mitigare gli effetti per chi arriva con diritto e chi, talvolta a ragione, si sente “invaso” da chi il diritto non ce l’ha.

 

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