La lezione dimenticata di De Gasperi sulla Repubblica
Ottant’anni dopo, il miglior modo per rendere omaggio alla nascita dell’Italia repubblicana è rileggere il suo altissimo insegnamento civico

C’era una volta la politica: che parlava di diritti non di privilegi; di doveri non di scorciatoie. Nasce con questo Dna, la Repubblica che compie 80 anni ben portati malgrado le prove attraversate. A inverarla, uno dei suoi padri fondatori, Alcide De Gasperi: ispirato dal pensiero che “un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni”.
Ne ha dato testimonianza fin da quel referendum del 2 giugno ’46 che ha visto nascere l’Italia repubblicana al termine di una campagna aspra, con toni urticanti su entrambi i fronti: chi presentava la monarchia come “un vampiro che vive del sangue dei compatrioti”; chi bollava la repubblica come “un salto nel vuoto, che non salva la civiltà cristiana”.
Cattolico convinto ma anche uomo delle istituzioni, De Gasperi non ha mai cavalcato i populismi dell’epoca, anzi. C’è un suo memorabile intervento pubblico, poco prima del voto, in cui non presenta la Repubblica come un paese di Bengodi, circuendo gli elettori con false promesse.
Avverte, invece: “Se la scegliete, vuol dire che prendete impegno solenne, definitivo per voi e per i vostri figli, di essere più preoccupati della cosa pubblica di quello che non siete stati finora, d’aver consapevolezza che essa è cosa vostra e solo vostra, di dedicarvi ore quotidiane di interessamento e di lavoro; ma soprattutto vorrà dire che avete coscienza di potere con la vostra opera difendere nella Repubblica la libertà che è il bene supremo, la libertà di coscienza del cittadino in tutti i campi di fronte allo Stato, ai partiti, alla collettività sociale, la libertà di essere ciascuno padrone in casa vostra”.
È diventata, ahimè, archeologia della politica: oggi degradata in una mortificante prassi di scontri continui, delegittimazione dell’avversario, violenza e volgarità del linguaggio, occupazione delle istituzioni a tutti i livelli, deteriori abusi delle pubbliche risorse, paralisi nelle vere riforme di cui il Paese ha vitale necessità.
È un degrado non attribuibile alla sola classe politica, ma imputabile in quota parte anche a una società impropriamente definita civile: larghe componenti della quale hanno attinto a piene mani al pozzo dei privilegi, calpestando le regole.
“La Repubblica libera e popolare non nasce da uno statuto, nasce e matura nella coscienza di ciascuno”, avvertiva De Gasperi nel discorso citato. In troppi hanno trovato comodo dimenticarsene. Ottant’anni dopo, il miglior modo per rendere omaggio alla nascita dell’Italia repubblicana è rileggere la sua altissima lezione civica.
Al di là dei ruoli di primo piano ricoperti, De Gasperi è sempre stato un uomo solo, anche a costo di pagare di persona. L’ha fatto, lui uomo di fede, addirittura con il papa, opponendosi a Pio XII; lo è stato nella sua Dc di cui pure era stato l’anima, vedendosi stroncare la carriera politica dal suo stesso partito. Ma sempre tenendo fede, in prima persona, a quello che aveva chiesto agli italiani. Difendere la Repubblica.
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