Il referendum sulla Giustizia e il rischio del silenzio per Meloni

Tra meno di un mese si va alle urne. La presidente del Consiglio avrebbe necessità di fare campagna per il sì

David AllegrantiDavid Allegranti
Giorgia Meloni
Giorgia Meloni

Manca meno di un mese al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo e Giorgia Meloni rischia la fine di Matteo Renzi, senza però averne assunto la postura. Il voto del 2016 che costò la carica all’ex segretario del Pd è, da dieci anni, la pietra di paragone di qualsiasi capo di governo che leghi la propria sopravvivenza istituzionale a un provvedimento considerato esiziale, fondamentale, imprescindibile.

I referendum comportano una fisiologica polarizzazione dello scontro – “Sia il vostro parlare ̍Sì, sì’, No, il no’; il di più viene dal Maligno (Mt 5, 17-37) – ma non è detto che prevedano anche una personalizzazione del duello politico. Meloni quindi, a differenza di Renzi, che offrì la propria testa all’elettorato spiegando che avrebbe lasciato Palazzo Chigi e la politica in caso di sconfitta, non ha promesso eventuali congedi anticipati. A marzo dunque si vota (o si dovrebbe votare) sulla separazione delle carriere, sulla fine del correntismo nella magistratura, non su Meloni e il suo governo.

Per come si è messa la campagna elettorale, però, la presidente del Consiglio avrebbe necessità di trainare il voto per il Sì. Il No è in crescita, merito anche di una comunicazione efficace, frutto di scelte precise (Nicola Gratteri, procuratore di Napoli, ha detto che andare in tv è meglio che fare dibattiti; ha ragione lui, che forse ha letto “Homo Videns” di Giovanni Sartori) e di un fronte unitario. Chi vota No chiassosamente lo dice e lo rivendica.

Il fronte del Sì sembra invece più cauto. Anche nella maggioranza: i più convinti sono quelli di Forza Italia, memori delle antiche battaglie berlusconiane. Potrebbe non bastare. Meloni è l’unica, per autorevolezza e ruolo, a poter cambiare la rotta referendaria: la presidente del Consiglio è l’unica, nel fronte del Sì, a poter spostare consensi, voti, a vantaggio della riforma costituzionale.

Il fronte del Sì è frastagliato, mette insieme un po’ di tutto, ci sono anche autorevoli esponenti della sinistra riformista, si pensi a Stefano Ceccanti o a Enrico Morando, ma non ha un front man o una front woman in grado di far muovere l’elettorato. Gli interventi di Meloni sul tema sono stati quasi collaterali; le frasi sul caso Sea Watch («Oggi i giudici prendono un’altra decisione che lascia senza parole») sono state persino lette come una sfida al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dopo la sua esortazione al «rispetto vicendevole» fra magistratura e altri poteri dello Stato, chiaramente rivolta al ministro della Giustizia Carlo Nordio.

Una lettura capziosa, forse, delle intenzioni di Meloni; senz’altro quella sortita non è servita a convincere gli indecisi – quantomeno quelli più ostili all’attuale maggioranza – a votare per il Sì. L’equilibrio della leader di Fratelli d’Italia è dunque instabile, squilibrato. Meloni ha scelto di non polarizzare lo scontro, ma la polarizzazione c’è comunque, inevitabilmente, stata. Solo che a governarla oggi sono altri e rischiano persino di vincere. 

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