Guerra e incertezza, perché le banche scelgono di non far nulla

Il disordinato conflitto in Medio Oriente sta sconquassando un’economia globale in cui l’inflazione tende a salire, la fiducia di consumatori e imprese cala, le prospettive di crescita si annebbiano ma Fed e Bce non sembrano orientate a muoversi: non toccheranno i tassi salvo colpi di scena

Marco ZatterinMarco Zatterin
La sede della Bce, la Banca centrale europea
La sede della Bce, la Banca centrale europea

Prenderanno tempo nella speranza di averne. C’è una guerra disordinata in Medio Oriente che sta sconquassando un’economia globale in cui l’inflazione tende a salire, la fiducia di consumatori e imprese cala, le prospettive di crescita si annebbiano. Eppure, le banche centrali non sembrano orientate a muoversi, non toccheranno i tassi, non ora. Salvo colpi di scena, la Fed fra poche ore e la Bce giovedì resteranno immobili, paralizzate dall’incertezza e consapevoli della gravità del momento.

È il segno di una maledetta stagione in cui interconnessione degli affari e malignità dello scenario politico amplificano gli errori e depotenziano le soluzioni. Scegliere di non fare nulla è oggi l’opzione più misurata e concreta. Il calendario consiglia prudenza. E prudenza sarà, almeno sino a giugno.

Le banche centrali hanno il mandato di agire sulla leva monetaria per tenere a bada l’inflazione che, per le regole europee, deve essere intorno al 2 per cento, come era prima dell’attacco a Teheran e della chiusura dello stretto di Hormuz; le considerazioni congiunturali non le riguardano direttamente. Pertanto, se la dinamica dei prezzi dovesse arroventarsi, non avranno scelta se non rincarare il costo del denaro (il saggio sui depositi dalle nostre parti è al 2 per cento). Succederà col petrolio a 100 dollari al barile o più, per gli effetti perversi sulla bolletta energetica, sulle produzioni, sull’alimentazione delle tecnologie, sui trasporti e sul carrello della spesa. La Bce non ritiene però di dover agire prima che la fiammata diventi davvero strutturale. Temporeggia in modalità “wait and see”, sintetizza Goldman Sachs, perché «le informazioni non sono decisive».

Christine Lagarde ha avvertito che attraversiamo l’incertezza più seria dal secondo dopoguerra e che non esiste un “percorso facile” che ci riporti “dove eravamo prima di questo conflitto”. Se finisse in fretta “lo choc diretto ai prezzi dell'energia potrebbe rivelarsi nella parte più bassa delle aspettative e l'impatto economico sarebbe contenuto”. La guerra a singhiozzo rende tuttavia complesse le valutazioni. Una crisi nata sul fronte dell’offerta si sta trasferendo sulla domanda; più cresce il divario “più si allontana la normalizzazione”.

Giovedì i dati sul Pil europeo di marzo, ancora transitori, lasceranno capire se una riapertura stabile dello Stretto di Hormuz potrà evitare il peggio. Nel mentre, tutti i principali osservatori, considerano comunque già scritto un rialzo dopo la pausa di riflessione, forse doppio, fra giugno e settembre. Mezzo punto entro l’autunno, perché un bel pezzo di frittata è fatto.

Lo stesso vale per lo sfiduciato Jay Powell, presidente della Federal Reserve, che terrà duro in quello che potrebbe essere il suo ultimo board (3,50–3.75% il tasso vigente), alla luce dei prezzi che stanno aumentando negli States e profittando della “resilienza” che ritiene stia dimostrando la congiuntura a stelle e strisce. Poi vedremo cosa farà Kevin Warsh, il nuovo capo scelto da Trump, però nessun analista si attende un taglio dei tassi quest’anno, anzi. Quando alla Casa Bianca esprimeranno rabbia e delusione per le scelte che stimeranno da “falco”, dovranno cercare di ricordare perché è successo e di chi è la responsabilità.

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