Effetto guerra dell’energia, le radici geopolitiche dell’inflazione

La posta è alta: la sovranità monetaria. In particolare oggi che il conflitto, primi protagonisti Usa e Iran, segnala la volontà di creare signorie politico/militari sui prezzi delle materie prime energetiche. Ciò tende a “spezzare le ali” alle Banche centrali

Francesco MorosiniFrancesco Morosini

L’inflazione in Occidente, dunque in Europa, ha cause esogene. Lo fu già come conseguenza indiretta del Covid; vale ancor più oggi. È l’effetto della guerra dell’energia in scena ad Hormuz che, vista da Bruxelles e Roma, assume le vesti della corsa dei prezzi. Lo scudo per difenderci è delle Banche Centrali (Bc), la Bce in Eurozona (Ume). Forse però è più decisivo contro l’inflazione autoctona che contro l’importata.

Con quest’ultima la posta è alta: la sovranità monetaria. In particolare oggi che la guerra dell’energia, primi protagonisti Usa e Iran, segnala la volontà di creare signorie politico/militari sui prezzi delle materie prime energetiche. Ciò tende a “spezzare le ali” alle Bc. Perché in un contesto, com’è quello dell’Europa politica e monetaria, di dipendenza energetica altrettanto tende a valere per l’inflazione.

Tutto ciò impone di guardare fuori casa, oltre l’Eurotower, per vedere il “chi è” che decide la dinamica dei nostri prezzi. È tema, giova ripeterlo, di sovranità. Vero, mai perfetta: basta lo shock petrolifero degli anni ’70 del ‘900 per vedere scelte condizionate. Ma oggi, al declinare dell’egemonia dell’Occidente, la questione cambia qualitativamente. E si deciderà a Hormuz, il cui controllo dà la signoria su prezzi/inflazione, tra Usa, Iran e Cina.

Un’avvisaglia del ruolo di Pechino l’abbiamo già avuta, nota il sito di analisi Phastidio, con l’inflazione post Covid. Certo, in parte domata da Bce e oltreoceano da Fed. Nondimeno allora fu decisiva la Cina con il suo export, fatto a tutela delle proprie strategie commerciali, a prezzi deflazionati. Oggi, è un rischio, è diverso. Nel senso che la Cina, per lo shock commerciale che si dipana da Hormuz, potrebbe operare da fattore inflattivo.

Viste da Washington e da Teheran le reciproche strategie sono razionali. Per gli States si tratta di avere una leva politica (le risorse energetiche) per condizionare la Cina; per l’Iran essere un player regionale di peso in alleanza con Russia e Cina. Insomma, quella che per i protagonisti della guerra è capacità di controllo dei flussi e prezzi delle merci viceversa per il consumatore euro/occidentale è onere inflattivo.

È evidente quindi che l’inflazione in Occidente, quindi in Europa, c’è. Come è chiaro che essa dipende, magari come effetti collaterali, da decisioni esterne. Ciò pone le Autorità Monetarie, chiamate nelle prossime ore prima in Usa e poi in Eurozona a prendere posizione, a scelte dilemmatiche. Tant’è che molti osservatori pensano che “calceranno il barattolo”, ossia prenderanno tempo.

È comprensibile. Perché da un lato sanno che usare la “clava monetaria” (per quanto prudentemente) dinnanzi ad uno shock fisico d’offerta è problematico. D’altro canto sanno pure che in materia hanno una precisa responsabilità: è di evitare che l’incendio dei prezzi divampi ovunque. Il dilemma è se questo valga anche al costo di creare recessione.

Tradizionalmente le Bc guardano all’andamento dei salari onde evitare che da esso poi si generi una spirale inflattiva. Tutto più difficile, anche in termini di consenso politico, se l’inflazione è “straniera”.

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