Referendum, ecco come i due schieramenti sbagliano bersaglio

Maggioranza e opposizione sul referendum costituzionale e i temi tecnicamente complessi per essere compresi dagli elettori 

Sergio BartoleSergio Bartole

Quanti lamentano che i temi dell’imminente referendum costituzionale sono tecnicamente troppo complessi per essere compresi dai cittadini, non hanno certamente motivo di apprezzare i tentativi fatti da ambedue gli schieramenti per semplificare la vicenda e dare alla contrapposizione fra il si e il no significati politici facilmente intellegibili.

Così gli esponenti della maggioranza, che già dicevano di attendersi dalla loro vittoria un miglioramento della efficienza del giudiziario, e furono prontamente smentiti dallo stesso Guardasigilli, oggi nulla dicono che contribuisca alla comprensione da parte dell’elettorato delle questioni costituzionali in giuoco, quando per giustificare il loro voto a favore della revisione costituzionale censurano questa o quella decisione di autorità giudiziarie nelle materie più diverse.

Il merito di questi provvedimenti non ha nulla a che fare con la proposta di dividere in due ordini distinti di magistrati giudicanti e requirenti una magistratura che oggi requirenti e giudicanti riunisce in un ordine unico. Il governo sbaglia ad accusare i magistrati di impedirgli di portare avanti il suo indirizzo politico e confonde gli elettori in quanto in un regime come il nostro improntato alla separazione dei tre poteri – legislativo, esecutivo e giudiziario – a quest’ultimo non si può chiedere di farsi sostenitore dei programmi del governo. O meglio non gli si può chiedere di seguire gli orientamenti della maggioranza se non quando questi si siano tradotti in leggi suscettibili di diretta applicazione. Se poi non gli riesce di farlo, allora vuol dire che le leggi sono mal fatte e quindi la maggioranza in Parlamento e al governo non può che rimproverare se stessa per gli errori fatti.

Ma ancora una volta tutto ciò nulla a che fare con la legge di revisione di ben sette articoli della Costituzione, che separando giudicanti e requirenti spezza in due l’oggi unitario Consiglio superiore, composto di membri magistrati eletti da giudici e requirenti e membri non togati eletti dal Parlamento in seduta comune a maggioranza qualificata. La legge affida la scelta dei componenti magistrati dei due nuovi organi al sorteggio, cioè alla cieca scelta della sorte, quando il metodo elettivo oggi praticato per i membri togati dell’attuale Consiglio garantisce non già la individuazione di rappresentanti sindacali, perché qui non è in giuoco la rappresentanza degli interessi dei componenti della magistratura, ma la scelta dei migliori di essi, come tali degni di amministrarne l’autonomia e indipendenza.

Dicono gli esponenti della maggioranza che autonomia e indipendenza non sono messe in discussione, ma da quando non è vero che lo spezzatino di autorità decidenti è pratica applicazione del canone divide et impera? Per non parlare del sorteggio guidato per la scelta dei membri laici dei due Consigli da effettuare all’interno di liste predisposte dal Parlamento senza la richiesta di voti a maggioranza qualificata e necessaria partecipazione dell’opposizione. Il che vale anche per membri laici e togati dell’Alta corte disciplinare, che espropria i poteri disciplinari dell’attuale Consiglio superiore concentrandoli stranamente in un unico organo per giudicanti e procuratori.

I sostenitori del no alla legge di revisione trascurano questi profili costituzionali quando inseguono la maggioranza sul terreno della politica politicante nella speranza di trasformare il voto referendario in un voto di sfiducia al governo, e così dimenticano che la formazione di alternative politiche si costruisce un passo dopo l’altro e che la presente vicenda è anzitutto un’occasione per ri-suggellare il patto che sta alla base della Costituzione. Semmai dovrebbero richiamare l’attenzione degli elettori sugli ostentati intenti della maggioranza di trasferire di seguito la polizia giudiziaria alle dipendenze dell’esecutivo, e respingere l’idea di Nordio che dalla riforma trarrebbe un vantaggio anche un futuro governo di centrosinistra. —

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