Nuova legge elettorale, Meloni prova a blindarsi tra rischio Lega dimezzata e il dilemma campo largo
Malgrado le divisioni nella maggioranza, tutti sono convinti che sarà approvata. Con i numeri attuali il centrosinistra sulla carta pare in vantaggio

Strano quanto siano tutti convinti che la nuova legge elettorale si farà: percorrendo in lungo e largo corridoi e saloni di Montecitorio non si trova quasi nessuno pronto a scommettere che Giorgia non ci proverà fino all’ultimo a farla passare. Perché le conviene in quanto – sondaggi alla mano – eliminare le sfide nei collegi è il solo modo per sperare di non perdere contro il Fronte nazionale anti-Meloni che i rosso-giallo-verdi metteranno insieme. L’unica variabile si chiama Marina Berlusconi: se Meloni e Salvini imbarcheranno Vannacci, da Milano potrebbe arrivare l’ordine di chiamare Carlo Calenda, per costruire un vero terzo Polo del 10 per cento, con cui sparigliare i giochi.
Ma questa suggestione che eccita la sinistra non influisce sul percorso della riforma elettorale. Malgrado le divisioni interne alla maggioranza sulle modifiche da attuare; e malgrado le audizioni in commissione alla Camera abbiano certificato perplessità al testo che introduce un “jackpot” in più di seggi a chi vince, perfino nel Pd sono sicuri che «alla fine la approveranno, anche con la fiducia».
Le tappe della riforma
Il timing prevede un primo giro di boa alla Camera della nuova legge – senza le preferenze chieste da Meloni e con un ritocco del premio di maggioranza – entro luglio; e una blindatura in Senato a settembre. I calcoli di probabilità sulla conquista dei seggi di ciascuna forza della maggioranza nel 2027 con l’uno o con l’altro sistema di voto, sono un fattore cruciale, tanto da consigliare un via libera finale non prima dell’autunno.
Con i numeri attuali il centrosinistra sulla carta pare in vantaggio. E se è vera la tesi che con qualsiasi sistema di voto chi ha più consensi vince, c’è una differenza: il nuovo sistema “stabilicum” prevede l’indicazione del premier sul programma della coalizione, utile a Meloni per blindare la sua leadership anche in caso di sconfitta. Almeno questa è la sua illusione, perché in quel caso un tana libera tutti è da mettere in conto. Stessa cosa dicasi per Elly Schlein, anche se – come scrive Pagella politica – l’opposizione non ha una strategia unica: «C’è chi dice che non c’è spazio per il confronto, chi vorrebbe proporre emendamenti unitari, chi invece è più dialogante con il centrodestra, altri che non si sono sbilanciati».
Il “tesoretto” del Carroccio
Ma sul percorso gravano i dubbi inconfessati dei leghisti, assediati da Vannacci e poco disposti a perdere il vantaggio di posizioni nei collegi del nord; e quelli degli azzurri, poco disposti a cedere lo scettro “vita natural durante” a Giorgia. Nel nord e nord-est, la cosiddetta “classe dirigente allargata” del Carroccio non gradisce cambiare la legge elettorale, anzi va dicendo a chi è di stanza a Roma che «a noi converrebbe tenerci il sistema con i collegi».
A spiegare bene il perché è un esperto come Federico Fornaro del Pd. Dalle sue stime, la Lega con il nuovo modello “stabilicum” andrebbe a perdere un terzo del suo tesoretto di seggi attuali. «Per carità», spiega un dirigente leghista, «è vero che oggi siamo sovradimensionati rispetto ai voti realmente presi nel 2022, ma nel nord saremo ancora in grado di fare il pieno».
Salvini però ha imposto ai suoi di andare dritto: «Lui punta sulla vittoria col jackpot, invece che sul ridurre i danni di una sconfitta». Con la nuova legge però, stando ai calcoli del Pd, la Lega rischia di veder ridotti gli attuali 60 seggi alla Camera ad una ventina; dei 70 seggi in più garantiti dal jackpot alla coalizione vincente, una metà andrebbe a Fdi e altri 35 tra Forza Italia e Carroccio.
Con il sistema attuale e con le sfide tra candidati sul territorio, la Lega invece avrebbe un bottino più pesante in caso di sconfitta. Forza Italia invece rischierebbe di più a lasciare le cose come stanno, perché il suo bacino di seggi conquistato al sud sarebbe insidiato dai candidati sostenuti dell’alleanza Pd-5stelle-Verdi. Ma non vuole le preferenze e fa resistenza senza darlo a vedere.
Elly e il nodo primarie
Per Elly Schlein invece è più semplice: con entrambi i sistemi può vincere, ma con quello attuale non sarebbe costretta a scannarsi con Giuseppe Conte per la leadership se non a urne chiuse. Viceversa, lo “stabilucm” la costringerebbe a sfidare prima del voto “Giuseppi” alle primarie, con la coda di tensioni e incertezze che si portano dietro: «Se le vincesse Elly, perderemmo metà degli elettori 5stelle, stessa cosa farebbero i nostri se vincesse Conte», dicono i dem più disincantati. Insomma, tutto il campo largo propende di più per lo status quo. Giorgia lo sa e per questo prova a portare Elly dalla sua parte.
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