Le ragioni che fanno traballare la Nato

In oltre settant’anni il mondo si è trasformato cento volte e il Patto Atlantico si è trovato a inseguire evoluzioni complesse e più rapide della capacità di adattamento dei suoi soci

Marco Zatterin

Tutto è più semplice quando si trattano le cose per quel che sono. La Nato, ad esempio: un’alleanza creata nel 1949 a scopo difensivo attraverso lo strumento della deterrenza e sulla base del principio «chi attacca uno, attacca tutti».

In oltre settant’anni il mondo si è trasformato cento volte e il Patto Atlantico si è trovato a inseguire evoluzioni complesse e più rapide della capacità di adattamento dei suoi soci, fondatori e aggiunti.

La Russia, nemico di sempre

Nel cambiamento, in forme e modi differenti, una realtà è rimasta grosso modo la stessa. Il “nemicodel secondo dopo guerra, la minaccia che ha fatto l’unione delle difese occidentali, era la Russia in formato Urss. Lo era allora e lo è anche adesso. Tanto che c’è consenso fra analisti e stellette che Vladimir Putin non abbia alcuna intenzione di fermarsi in Ucraina, comunque vada a finire. Al contrario, starebbe preparando una provocazionebaltica, se non una vera offensiva, dalle conseguenze potenzialmente tragiche.

Gli ingrati alleati

La polemica di Donald Trump contro gli «ingrati amici» europei della Nato nella insulsa guerra contro gli odiosi iraniani è figlia di una strategia senza prospettiva. Un sodalizio creato per difendere non può partecipare a una guerra offensiva se non tradendo il mandato avuto dai Paesi che vi partecipano, Stati Uniti compresi.

A maggior ragione, un aiuto formale all’America sarebbe indigeribile per tutte le capitali europee che, con buone ragioni, ritengono che l’attacco a Teheran non sia «una nostra guerra».

Al contrario, avrebbero preferito riprendere il filo della Trattativa ricordando l’intesa del 2015 favorita dell’Unione europea. Per questo l’Italia in questo caso ha fatto bene a negare formalmente l’uso delle sue basi militari ai jet dell’Usaf, sebbene il rispetto pratico del veto governativo, ribadito nelle dichiarazioni ufficiali, sia tutto da dimostrare.

Il tycoon, una decina di giorni fa, ha smorzato i toni alla fine del vertice riconciliatorio della Nato ad Ankara, ma non smette di fare politica interna sullo scenario internazionale in modo spregiudicato. È vero che gli States spendono più di tutti gli altri messi insieme per la Difesa (la stima 2026 è 850 miliardi per gli Usa e 634 per i rimanenti 31 Paesi), ma è anche vero che in ogni stagione lo zio Sam ama avere più di un piede nel Vecchio Continente.

Snobbare la Russia per affrontare la Cina

In realtà, ha spiegato un analista in un recente convegno a porte chiuse, «Washington snobba l’Europa perché non ritiene che Mosca sia la minaccia più importante e si prepara invece a una guerra con la Cina». Intanto riprende a bombardare la repubblica islamica che lo aizza, chiede la Groenlandia e sogna Cuba.

Il problema degli europei è l’instabilità che Trump amplifica. Poi c’è Putin che provoca la Polonia, ha convocato il suo Consiglio di sicurezza su Kaliningrad - l’enclave russa collegata attraverso la Lituania che consente l’accesso al mar Baltico - e ha fatto chiudere sette valichi ferroviari di frontiera con Finlandia, Estonia e Lettonia. Sfida e tattica.

Con quest’aria di tempesta, la Nato è il solo possibile scudo, anche se non è detto che occorra spendere di più (come chiede The Donald) e magari basterebbe investire selettivamente, e insieme, per garantire un’efficiente deterrenza tecnologica. Va da sé che sarebbe meglio la pace e, per arrivarvi, un’armonia di intenti: la Grecia che frena sulle sanzioni a Mosca per difendere gli armatori è fastidiosa. Nel dubbio, riconoscere gli amici e i nemici, sapersi difendere ed essere pronti a una guerra moderna, fatta di bombe low cost e attacchi ibridi, con la speranza che non succeda mai.

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