Meloni al bivio sull’alleanza con l’ex generale

Il problema più rilevante, e che riguarda direttamente Meloni e la sua leadership, è questo: il capo di Futuro Nazionale ha già, di fatto, lanciato un’Opa ostile sull’intera area di centro-destra

Fabio BordignonFabio Bordignon
La premier Giorgia Meloni
La premier Giorgia Meloni

Manifesto antieuropeismo e simpatie filo-russe. Pulsioni securitarie, istinti omofobi e nostalgia del ventennio. Troppo, tutto insieme, per rendere Vannacci arruolabile nel centro-destra meloniano? Fino a che punto il profilo del fenomeno esploso a destra lo rende incompatibile con il Dna della coalizione che oggi governa il Paese? O il “problema” – se c’è – sta altrove?

Certo, l’ex-generale, in linea con il posizionamento esterno ai principali blocchi politici, può permettersi un gradiente di radicalismo nettamente superiore a quello dei potenziali alleati.

Può dire quel che altri non possono dire, o devono pronunciare a mezza voce. Può soffiare sul fuoco. Strizzare l’occhio a settori dell’elettorato più marginali e arrabbiati.

Presi uno per uno, tuttavia, i tratti del fenomeno-Vannacci non sono estranei alla coalizione che potrebbe – vorrebbe? – accoglierlo. Non a caso la Lega, che già lo ha candidato nelle proprie liste ed esibito nel ruolo di vicesegretario, è il partito più sensibile ad alcuni dei temi cardine del vannaccismo. Ma si tratta di caratteri tutt’altro che estranei allo stesso partito della premier.

Pure dopo la svolta moderata seguita alla conquista del governo, Meloni ha sempre tollerato che essi riaffiorassero nella narrazione della coalizione, anche come strumento per tenere viva la fiamma che ne aveva alimentato la fase propulsiva.

Allora, no, il problema, con Vannacci, non è di incompatibilità ideologico-programmatica. Il nodo riguarda, semmai, la credibilità dell’operazione. Sostiene un attento (e interessato) osservatore esterno, come Matteo Renzi: se Meloni non si allea con Vannacci “perde le elezioni”, se lo fa “perde la faccia”.

In realtà, il problema riguarderebbe più gli alleati storici. Per ragioni speculari. Distanza nello spazio politico, nel caso di Forza Italia, che in passato, tuttavia, si è sempre mossa in modo molto pragmatico su questo piano. Eccessiva vicinanza pregressa, nel caso della Lega, anche se questo – a dirla tutta – è più un problema di Salvini che del partito in sé.

Il problema più rilevante, e che riguarda direttamente Meloni e la sua leadership, è un altro. Il capo di Futuro Nazionale ha già, di fatto, lanciato un’Opa ostile sull’intera area di centro-destra.

Se anche l’ostilità dovesse tradursi in una tregua tattica, in vista delle elezioni, la sfida potrebbe riemergere in qualsiasi momento. Al punto da far rimpiangere come piccoli contrattempi le attuali intemperanze della Lega. Vannacci, del resto, a differenza di Salvini, manterrebbe intatte le proprie ambizioni da leader “nuovo”.

Come abbiamo scritto nelle scorse settimane, la nuova legge elettorale, nel formato approvato questa settimana alla Camera, sembra mettere Vannacci nelle condizioni di recare danni ancora maggiori al centro-destra. La scelta di eliminare il ballottaggio, previsto nella prima versione della legge – oltre

che in esplicito contrasto con il mantra stabilità più governabilità – rischia di danneggiare ulteriormente la coalizione. Lasciando a Meloni due opzioni. Riportare a casa gli elettori in uscita verso Futuro Nazionale. O (ri)prendersi in casa Vannacci. Sondaggi alla mano, la seconda appare oggi ben più verosimile.

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