Integrazione a scuola, meglio parlarne invece di urlare
Dai casi limite di Mestre e Monfalcone al nodo dello ius soli: perché due terzi degli alunni senza cittadinanza sono nati in Italia e parlano l'italiano

Quanta confusione. Quanto rumore su un argomento serio, che avrebbe bisogno di dialogo e riflessione, e non parole urlate in un comizio, che sono la cifra comunicativa prediletta dalla presidente del Consiglio. Parliamo di scuola, un argomento importante, anche se il tema - il numero degli studenti “stranieri” in classe - riguarda soprattutto Milano e dintorni e più in generale il Nord, con punte estreme come un istituto comprensivo di Mestre, dove circa il 98% degli alunni della scuola dell'infanzia ha origini straniere (100 bambini su 102), in gran parte provenienti dal Bangladesh. Situazione che trova repliche simili anche a Monfalcone. Casi limite, che però non possono essere ignorati.
Per questo, invece di urlare, guardando alle prossime elezioni politiche, bisognerebbe riflettere e dialogare, soprattutto con chi la scuola la “fa” concretamente, maestre/i, docenti e presidi, dando loro più spazi e risorse, ma anche -naturalmente- con le famiglie. Invece arriva - gridato in un comizio- quel 30% di tetto massimo di studenti stranieri in classe, che sembrerebbe ragionevole, ma anche no.
Innanzi tutto, cosa si intende per stranieri? La risposta sembra facile: sono stranieri tutti coloro che non sono cittadini italiani. Ma qui le cose si complicano. Alle elementari - lasciatemi usare questa terminologia obsoleta - si tratta di bambini molto piccoli, considerati finora “stranieri” anche se sono nati in Italia, che parlano l’italiano e che si sentono italiani. Ma formalmente non lo sono perché da noi vige - anche se suona un po’ barbarico - lo ius sanguinis, per discendenza, anche se non si conosce una parola d’italiano, invece dello ius soli, dove si nati e cresciuti e si sono frequentate le scuole, ma si hanno entrambi i genitori stranieri. Adesso gli studenti stranieri in Italia sono 931.000, ma quasi due terzi, il 65,2%, pari 607.000, sono nati in Italia e con tutta probabilità parlano l’italiano, forse, come molti di noi, con inflessione dialettale.
Rimangono un po’ più di 300.000 studenti “stranieri”, concentrati prevalentemente alle elementari, su un totale di oltre sette milioni. Verrebbe da dire: ma di che cosa stiamo parlando? Invece il problema è serio e bisogna ragionarci su, ma senza urlare, senza chiamare in causa - come ha fatto Giorgia Meloni in modo improprio e con poco garbo istituzionale, il presidente della Repubblica, autore di due circolari ministeriali nel 1990, ere geologiche fa, che avevano l’obiettivo opposto: valorizzare l’“interculturalità” e contro le “classi ghetto”.
e si tratta di bambini, sappiamo che hanno una velocità straordinaria nell’apprendere le lingue; alle superiori, invece, se hai anche un solo allievo che non parla l’italiano - per lui - diventa un problema. Adesso, con qualche correzione e ripensamento, rispetto agli annunci urlati, arriva un decreto legge, che salta la discussione in Parlamento, che sarebbe invece molto opportuna.
Discorso diverso - a mio avviso- è l’utilizzo del burqa o del niqab a scuola, che nascondono il volto e addirittura gli occhi. Il Corano - se ho capito bene - non impone alcuna di queste pratiche, di origine tribale e preislamica, ma richiama le donne a concetti generali di modestia e pudore (un po’ come ha fatto il vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani, teorizzando serietà e lunghezza delle gonne). Chiaro che in classe e nei luoghi pubblici si debba essere “a viso aperto”, come già previsto dalla legge (art. 5 legge 152/1975), e ci mancherebbe altro, ma non ce n’è traccia nelle nostre scuole.
Anche qui, allora, più che le multe ci dovrebbe essere dialogo e persuasione, ma niente urla, per favore, perché la nostra scuola ha insegnato l’italiano a generazioni di italiani e perché “la scuola è aperta a tutti” (art. 35 della Costituzione).
Riproduzione riservata © il Nord Est



