Neo eletti al bivio: l'ultimatum di Meloni sulla legge elettorale e la «trappola» dei vitalizi
Se la Camera boccia la riforma, rischio urne anticipate prima di aprile 2027: ecco il rebus dei deputati tra preferenze e pensione

“Caspita, ma questa è una trappola!”, avranno pensato tutti i peones nel chiuso delle loro case dopo aver visto Meloni annuire quando Bruno Vespa le ha chiesto «quindi se non passa la legge elettorale, tutti a casa?». «Esattamente», gli ha replicato, facendo capire cosa succederebbe un istante dopo una bocciatura nel voto segreto alla Camera. E subito quel 40 e passa per cento di deputati di prima nomina si saranno precipitati ad aprire il calendario. Bene, anzi male: se il 10 ottobre la Camera affondasse il nuovo sistema con le preferenze odiate da tutti, la premier salirà al Colle e ne trarrà le conseguenze. Ergo, dimissioni, Camere sciolte e urne anticipate. Se a quel punto - Dio non voglia -si votasse prima della metà di gennaio, ecco il disastro: addio ai vitalizi per chi non supera il 14 aprile, ovvero i quattro anni sei mesi e un giorno di legislatura, dopo essere stato eletto nel 2022 per la prima volta.
Ed ecco il rebus: ingoiare l’amarissimo calice delle preferenze, che concedono una sola certezza, spendere tanti soldi per provare a conquistarle, senza garanzie di ritrovare il proprio nome sullo scranno, ma conservare almeno il vitalizio; oppure bocciarle nel segreto dell’urna, sapendo però di perdere l’assegno previdenziale, quei milleduecento euro vita natural durante che spettano ai parlamentari dopo un solo ingresso nelle Camere. È questa la trappola riservata da Giorgia ai suoi Fratelli. Il bivio di fronte al quale sta per mettere i deputati della sua maggioranza, ma non solo, visto che pure tra le file dell’opposizione non ve ne sono pochi. A tutti questi, circa 247 su 600 eletti (il 66% di Fdi, il 30 di Forza Italia e il 23 della Lega) se la legislatura supererà la data del 14 aprile 2027, spetterà l’assegno anche se non verranno riconfermati. Calendario alla mano, peones e graduati (tra i neo nominati del 2022 figurano personaggi come Antonio Tajani, Elly Schlein e Carlo Nordio), avranno compulsato i regolamenti o chiamato i loro segretari d’aula. Che di sicuro li avranno rassicurati: se si votasse a marzo, la prima seduta del Parlamento non si svolgerebbe prima del 14 aprile e quindi tutti salvi. Viceversa, se Giorgia convincesse il Presidente a sciogliere le Camere sarebbero dolori. Perciò i legulei dei partiti avrebbero già pronta la contromossa, raccontata ieri da Milano Finanza: approvarsi una leggina interna per cui chi ha raggiunto i quattro anni di legislatura possa versarsi in autonomia i contributi restanti. Semplice sulla carta, ma difficile politicamente: cosa direbbero i social se Schlein, Tajani e Nordio potessero beneficiare di un simile escamotage? Come ne uscirebbe l’immagine di un parlamento che si fa le leggi ad personam mentre gli italiani sono costretti ad andare in pensione a 67 anni? Forse da qualcuno dei presidenti delle Camere o su dal Colle verrebbe dispensato un consiglio di soprassedere dall’azione temeraria.
Quindi la mossa di Meloni produrrà il suo effetto, però il timore resta, se è vero che lei ha lanciato un’occhiata eloquente a tutti i ministri nell’ultima riunione del consiglio, invitandoli a regolare le rispettive agende per poter essere in aula il fatidico giorno. Nessun dorma, pertanto, tantomeno sonni tranquilli.
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