Perché le primarie possono salvare la coalizione (e costringere il centrodestra a scoprirsi)

Oltre i timori di spaccatura: dall'accordo sulle regole base al confronto tra gazebo e piattaforme online per sfidare la maggioranza sul metodo democratico

Fabio BordignonFabio Bordignon

Dunque, le primarie sono dannose. Si moltiplicano le prese di posizione secondo le quali sarebbe meglio evitarle, a sinistra. Proviamo ad affrontare la questione capovolgendo, per un attimo, la prospettiva: come verrà scelto il leader della coalizione di centro-destra? E perché nessuno se lo sta chiedendo?

Ovvio che sarà Giorgia Meloni, è la risposta più immediata. È la Presidente uscente. La candidata naturale. Guida il partito di gran lunga più “grande”. Eppure, se passerà la nuova legge elettorale, con l’indicazione del candidato premier, ci sarà pure un momento in cui questo dovrà essere deciso. Non sarà più praticabile, nemmeno per l’attuale maggioranza, la soluzione utilizzata alle precedenti elezioni: consegnare ex-post la leadership al capo del partito più forte.

La nuova legge – come la vecchia Calderoli – impone invece che tale scelta sia fatta prima del voto. A un certo punto, Salvini, Tajani (o la famiglia Berlusconi) dovranno allora dire: sì, la nostra candidata è Giorgia Meloni. E chi sennò? Vannacci? Per ora, l’unico leader in ascesa dell’area di (centro)destra, che potrebbe essere interessato a una sfida senza reti di protezione, è ufficialmente fuori dalla coalizione.

C’è stato un periodo, nelle fasi calanti del berlusconismo, in cui erano Meloni e Salvini, (più) giovani e rampanti, a invocare le primarie. Ma se il tema, ora, non viene nemmeno messo sul tavolo dell’attuale maggioranza è anche perché c’è l’idea che ciò che li unisce sia più di ciò che li divide. Che, presso la base elettorale, i distinguo tra le élite si stemperino sui “fondamentali”. Che, in fondo, molti elettori siano disponibili a seguire il leader del momento, a prescindere dal partito.

Si può dire lo stesso dell’area Pd, 5s, Avs, IV, etc.? Lo scrittore Francesco Piccolo ha rilanciato il dibattito su Repubblica, questa settimana. La sua tesi è che, con le primarie, le divisioni esistenti «diventeranno più profonde, e questa coalizione peggiorerà». È una possibilità.

La semplice decisione di fare le primarie, tuttavia, significherebbe, quantomeno, avere trovato le ragioni “minime” per stare insieme. Quelle che finora non si sono trovate. Almeno Conte e Schlein dovrebbero “promettersi” di proseguire l’alleanza dopo il voto. Assumendosi la responsabilità di rompere, eventualmente, il patto. E avviando una competizione nella quale le divisioni emergerebbero, sì, ma sarebbero finalmente discusse alla luce del sole. Ciascuna parte, per vincere, dovrebbe almeno provare a parlare all’altra. E se qualche altra parte, partito o corrente, dovesse poi decidere di andarsene, lo farebbe a valle di un dibattito chiarificatore. Dopo avere avuto la possibilità di scendere in campo con eventuali candidati “terzi”, senza la pretesa di imporli nelle stanze chiuse di fantomatici caminetti.

Fare le primarie significherebbe, poi, dover stabilire le regole del gioco. All’incrocio tra i modelli offerti dalla storia dei due partiti maggiori: quello dei gazebo e quello delle piattaforme digitali. Magari per innovare ulteriormente. Significherebbe, al livello minimo, poter dire agli avversari di centro-destra: e voi come fate?

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