Perché il campo largo teme un’Europa più forte

L’opposizione teme la concorrenza dei populisti, che vedono nell’Unione la fonte di tanti mali. Il punto primario del loro programma dovrebbe essere il passaggio al voto a maggioranza nelle istituzioni comunitarie

Sergio Bartole
I leader del centro sinistra Elly Schlein, Riccardo Magi, Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte ed Angelo Bonelli
I leader del centro sinistra Elly Schlein, Riccardo Magi, Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte ed Angelo Bonelli

Dell’Unione Europea si parla spesso nel dibattito politico italiano, i ragionamenti degli esponenti dei partiti riguardano aspetti particolari della politica europea ma dell’impianto complessivo delle istituzioni europee si fa cenno casualmente e con scarsa attenzione. Ciò avviene pure quando l’assetto complessivo dell’Unione richiederebbe un suo ripensamento proprio in vista di un miglioramento dell’approccio comune dei Paesi membri alla elaborazione di politiche solidali, anche su temi caldi quali la difesa e le migrazioni.

La presidente del Consiglio rifiuta la prospettiva di un passaggio dal voto unanime al voto a maggioranza nelle istituzioni europee, e spesso dà l’impressione di mal sopportare i vincoli europei. Ci si potrebbe chiedere se e quando il popolo italiano che la maggioranza dice di rappresentare, si è apertamente pronunciato in tal senso. Certo, molto tempo è passato da quando nel 1989 con referendum espressamente previsto da apposita legge costituzionale ben l’88% dei votanti si espresse a favore di un governo europeo unitario pienamente responsabile di fronte ad un Parlamento dotato di ampi poteri. In questi anni passi avanti si sono fatti, ma l’obiettivo non è stato ancora raggiunto. E, però, mai agli italiani è stato chiesto di pronunciarsi a favore di una inversione di marcia.

Vero è che anche all’opposizione quell’antico discorso raramente viene ripreso. Come la maggioranza – secondo i critici – è per più aspetti motivata nelle sue decisioni dalla preoccupazione di non perdere consenso a favore del partito di Vannacci, così le forze di opposizione mostrano di temere la concorrenza dei populisti che vedono nell’Unione la fonte di tanti mali dell’economia e della società italiana. Si fanno distogliere da taluni eccessi di burocratismo e dalle prescrizioni minimaliste in cui l’Unione sfoga la sua frustrazione per certe ridotte capacità funzionali. Così quanti ragionano di campo largo e di un programma condiviso dell’opposizione finiscono per dimenticare quello che dovrebbe essere un punto primario del loro programma, il passaggio dal voto unanime al voto a maggioranza nelle istituzioni europee.

Eppure sarebbe questa la via per vedere adottate in sede europea decisioni per le quali lo Stato e il suo sistema politico non trovano la forza per procedere in direzione del rinnovamento. Si pensi alle politiche ambientali; ad una difesa non affidata agli Stati membri singolarmente e, quindi, più dispendiosa; si pensi ancora a un utilizzo ben ragionato e finalizzato di un debito comune, e a politiche sociali che non consentano squilibri nella concorrenza fra gli Stati a cagione del diverso impegno richiesto ai singoli operatori. Per non parlare degli effetti della politica dello Stato di diritto praticata dall’Unione (che può avere anche a che fare con il tormentone del woke).

Un impegno nella direzione accennata farebbe chiarezza e impedirebbe ai partiti maggiori del campo largo di nascondere inconfessate tentazioni sovraniste dietro la maschera delle carenze istituzionali dell’Unione, e spianerebbe la strada a una più limpida collaborazione fra quei partiti e quelli che in altri tempi si sarebbero chiamati i “cespugli” del centrosinistra.

 

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