Moschea a Venezia, l’integrazione chiede garanzie reciproche
Il no del sindaco alla comunità bengalese riapre il dibattito sui diritti culturali e di culto. Tra libertà costituzionali e rispetto delle regole della società

Ci risiamo. Il tema dell’immigrazione da Paesi che hanno tradizioni culturali e fedi religiose diverse dalle nostre, così come quello della loro presenza nelle nostre società, è e sarà sempre più centrale in Italia e nell’intera Europa. La vicenda della moschea di Venezia sta tutta dentro le questioni che nascono dal conflitto tra due esigenze entrambe legittime e, in sostanza, da un conflitto di valori.
Il sindaco di Venezia nega l’autorizzazione alla costruzione della moschea per la comunità bengalese, sostenendo che solo a fronte di una reale integrazione nella società italiana dei fedeli sarà possibile accogliere la richiesta. Al di là delle norme urbanistiche che devono essere in ogni caso rispettate, ma che non devono diventare un mezzo per esercitare una forma di accanimento contro un gruppo di fedeli, la richiesta è in ogni caso pienamente legittima. La libertà di culto è un diritto garantito dalla Costituzione e su questo non vi è il minimo dubbio.
Non è tuttavia irragionevole inquadrare la legittima domanda di poter esercitare questo diritto nella situazione che si viene a creare quando il credo religioso è quello islamico. È sciocco e ipocrita negare che l’Islam è una grande religione nata all’interno di una cultura profondamente diversa dalla nostra, nata dalla sintesi della religione ebraico-cristiana con la filosofia greca classica. Questa diversità va riconosciuta, e vanno seriamente affrontati i problemi che derivano dall’esigenza di integrazione dei fedeli musulmani all’interno di una società che si è sviluppata storicamente da due millenni su quella sintesi. Insomma, bisogna evitare lo “scontro di civiltà” all’interno della nostra società.
Ma cosa vuol dire “integrazione”? Vuol dire, certamente, avere un lavoro, cioè non vivere alle spalle e ai margini della società all’interno della quale i fedeli musulmani si trovano, ma anche accettarne i valori fondanti, cercando per quanto è possibile di rendere compatibili con questi ultimi quelli derivanti dalla tradizione religiosa e culturale così “altra” da quella della società in cui ora sono, e quindi nella quale integrarsi. Pur senza assecondare derive assimilazioniste “alla francese” tra civiltà così diverse, le comunità di fedeli islamici non possono non rispettare, senza se e senza ma, i valori su cui si fonda la società in cui hanno scelto di vivere. Che sono i valori sanciti dalla nostra Costituzione repubblicana. Che valgono, tutti, per tutti.
Molte comunità islamiche si stanno impegnando per far crescere una sorta di Islam “europeo”, abbandonando posizioni integraliste presenti altrove nel mondo ma anche in altre comunità musulmane in Italia, facendo salve invece le credenze religiose che della fede islamica sono alla base. L’impegno, concreto e dimostrabile, da chiedere alle comunità islamiche che rifiutano l’estremismo fondamentalista è di isolare quelle che a quest’ultimo non intendono rinunciare. Altro che sciopero per la moschea…
L’integrazione, sicuramente, è un percorso difficile, mentre strumentalizzare il problema è molto facile. Ma solo affrontando seriamente le difficoltà si potrà sconfiggere chi punta a fomentare, irresponsabilmente, il “conflitto di civiltà” nella nostra società.
Riproduzione riservata © il Nord Est



