Il fuoco amico su Schlein e la trappola primarie
La segretaria è accerchiata da nemici interni a un anno dalle elezioni. Il timore latente è quello che la leader dem possa essere battuta alle primarie

I soliti paradossi del Partito democratico: nei giorni in cui la sua prima segretaria donna batte Bersani nel record di durata, Elly Schlein è accerchiata dai nemici interni, con uno stuolo di big e meno big che la mettono in croce a un anno dalle elezioni. Con frasi contorte e allusioni causidiche, le tante aree del Pd (cattolici, riformisti liberal, correntone di sinistra) mettono di fatto in dubbio le sue capacità di premiership, le sue chances di vittoria alle primarie contro Conte.
Lei non se ne cura, indossa i paraocchi e scavalca le regole statutarie, congelando il congresso – dove la sua segreteria sarebbe contendibile – a dopo le elezioni. E si trincera nella sua casamatta, ultima dei giapponesi a voler difendere i tanto amati gazebo.
A questo fuoco di fila mancava solo un nome pesante come Francesco Piccolo, lo scrittore di grido pluripremiato: la sua frustata è sintomatica di uno scontento diffuso tra le teste pensanti della novelle vague post-marxista e tanto più dolorosa in quanto la tribuna messagli a disposizione è quella di Repubblica, giornale-partito che fu di Scalfari, dove si fanno e disfano candidature e leadership della sinistra di governo.
L’intemerata di Piccolo contro le primarie, è la più chiara e limpida verrebbe da dire. Perché quelle dell’ex ministro del Covid Roberto Speranza (vicino a D’Alema) e di ex premier come Romano Prodi e Paolo Gentiloni, (e dietro le quinte di altri big quali Franceschini, Orlando, Delrio) sono accompagnate da proposte alternative, ma nella sostanza non sono meno contundenti.
Le primarie – totem costitutivo del Pd – sono ormai un intralcio, non serviranno a dipanare le distanze (su Ucraina, energia, armi) tra Pd e 5stelle: pertanto se non diventano una “festa di popolo” per acclamare un leader già deciso prima – come avvenuto con Prodi – si trasformano in un boomerang. Questa la tesi imperante. Se le vincesse Schlein, alle urne mancherà la metà dei voti di Conte. E viceversa. E addio vittoria.
Tutto questo fuoco di fila nasconde una paura superiore al perdere le elezioni: quella che il Pd possa sprofondare dopo una sconfitta della segretaria alle primarie, che possa venir giù tutto, poltrone e scranni di potere inclusi. Di qui le teorie strampalate del diciottenne o del partigiano portati in palmo di mano come leader virtuali, salvo poi scaricarli a urne aperte come cartonati logorati dalla pioggia. Di qui gli appelli a Conte e Schlein a chiudersi in una stanza e uscirne con un terzo nome unificante, un angelo piovuto dal cielo insomma, di cui non si vede traccia.
Risultato: una maggioranza di governo acciaccata da polemiche sulle accise, sugli extraprofitti, sulla durata della legislatura, sulle porte sbarrate a Vannacci, trae un refolo di ossigeno nel vedere il mitico “campo largo” fiaccato dal virus dell’egocentrismo.
Perciò da inizio agosto, tivù e giornali di destra cavalcano la polemica, ogni tg ha un servizio sulle primarie della discordia e il messaggio che passa agli elettori è semplice: Schlein e Conte non sono pronti alla sfida e sono sempre più deboli. Un suggerimento di buon senso, spicca tra i tanti: se queste primarie s’hanno da fare, che si tengano al più presto. Perché prima ci sarà un leader legittimato anche a sinistra, meglio sarà per il paese.
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