La strategia di Conte che spaventa il Pd: primarie, pacifismo e l'ipotesi di un nuovo "pareggio"

Dalle tensioni sugli aiuti a Kiev al tentativo di una risoluzione unica per il voto in Aula: le grandi manovre dell'opposizione

Carlo BertiniCarlo Bertini

Il sospetto è di quelli raggelanti, di quelli che le menti più smaliziate e disincantate del Pd producono ad ogni giro di boa: l’ultimo splash andato in scena con le parole di Giuseppe Conte sull’Ucraina, “decideremo la linea del campo largo con le primarie”, è rimbombato come un petardo nelle chat del Pd. Dove a questo punto tutti hanno capito che l’ex premier è in piena campagna elettorale per vincere la premiership della coalizione, senza avere di fronte alcun avversario, visto che la segretaria Elly Schlein non reagisce e non commenta le alzate d’ingegno sulla linea rossa che spacca il fronte anti-Meloni: collocarsi tutti pro o contro il sostegno militare a Kiev.

Ma questa ennesima uscita, che colloca i 5stelle sulla stessa lunghezza d’onda di Avs, Lega e Futuro Nazionale ha destato infatti il sospetto che il leader dei 5stelle abbia una sua strategia in mente, traducibile così: o si vincono le elezioni con me alla guida della coalizione, o non sarebbe un dramma se nessuno dei due poli raggiungesse la maggioranza: “Perché più d’uno – ragiona un dirigente dem – a pensarci bene potrebbe avere interesse a un pareggio”.

Se nessuno dei due poli infatti raggiungesse il 42 per cento, il premio di maggioranza non verrebbe attribuito e ci ritroveremo nella stessa situazione del 2018, quando Mattarella impiegò tre mesi per battezzare un nuovo governo, quello giallo-verde del Conte uno con 5stelle e Lega; seguito un anno e mezzo dopo dal Conte due con 5stelle, Pd e Iv. E poi dal governo Draghi.

Malgrado questa fiera dei sospetti innescata dall’atteggiamento pacifista di Conte (considerato filo-russo dai riformisti dem tipo Guerini, Sensi e Delrio), il campo largo sta tentando una via diplomatica per appianare i contrasti sulla Difesa. E un gruppo di sherpa (Provenzano e Alfieri per il Pd, Patuanelli e Grimaldi per i 5stelle e Avs) sta arando il terreno per un primo e inedito accordo sul tema caldo della Difesa: domani alle 15 Giancarlo Giorgetti arriverà in Senato e riferirà alla Camera su Difesa e fondi Safe.

La maggioranza da giorni è spaccata, con la Lega che si è messa di traverso all’uso di questo strumento Ue, dopo l’annuncio di Tajani sui 13 miliardi messi a disposizione dell’Italia. Un incidente politico-diplomatico che ha sollevato un polverone, capace di far drizzare le orecchie dall’altra parte del muro: dove il Pd ha deciso di provare a sfruttare la debolezza dell’avversario per tentare appunto un blitz unitario in Parlamento con un testo comune a tutte le forze del campo largo. La mediazione svolta in questi giorni alla vigilia di un voto in Parlamento, è mirata a sottoscrivere una risoluzione del centrosinistra che eviti l’ennesimo replay di un campo largo che si presenta in ordine sparso con 5 mozioni ogni qualvolta si debba votare sul tema degli armamenti.

Dal Pd trapela un certo ottimismo sull’esito di questa mission impossible: Giorgetti riferirà cosa chiederà all’Europa per usare i soldi messi a disposizione per l’energia (14 miliardi per progetti sostenibili) e per la Difesa (prenotati circa 13 miliardi di fondi Safe). E gli sherpa stanno scrivendo un testo che ipotizza un utilizzo del Safe a certe condizioni – scelta di progetti europei e spese già programmate, quindi non aumentando le dotazioni di armi – che forse potrebbero andar bene a tutti.

Riproduzione riservata © il Nord Est