Il fumo nero sul futuro di Porto Marghera: decidiamo cosa vogliamo farne
L’area merita molto di più del ruolo di polo per la lavorazione degli scarti. Mancando una visione complessiva, si procede per singoli progetti, senza chiedersi quale sarà il volto dell’area tra venti o trent’anni

L’incendio divampato il 31 luglio tra i cumuli di rottami metallici depositati in un terminal portuale di Porto Marghera non è soltanto un episodio di cronaca. Il fumo denso, le fiamme visibili a chilometri di distanza, l’aria resa insana e l’invito delle autorità a tenere chiuse le finestre rappresentano il simbolo di una deriva che da tempo accompagna il principale polo industriale del Veneto.
Infatti a Porto Marghera, dopo il ridimensionamento della grande industria chimica, non è mai stato costruito un vero progetto di rilancio capace di individuare una nuova vocazione industriale. In assenza di una strategia, il territorio sopravvive, ma rischia di essere progressivamente occupato da attività che non possono rappresentare il futuro di una delle aree industriali più importanti d’Europa.
Negli ultimi anni il filo conduttore appare evidente, e questa volta i numeri lo confermano con chiarezza. La bioraffineria Eni ha avviato una profonda trasformazione del proprio ciclo produttivo puntando sempre più sulla lavorazione di materie prime di scarto e residui, che già oggi costituiscono circa l’85% della materia prima impiegata.
La capacità dell’impianto Ecofining passerà dalle attuali 400.000 alle 600.000 tonnellate annue, mentre Versalis, la controllata chimica del gruppo, ha avviato a Marghera un impianto per la produzione di plastica di recupero capace di produrre fino a 20.000 tonnellate annue di polistirene riciclato. Parallelamente, Eco+Eco, società del gruppo Veritas, gestisce già nell’Ecodistretto di Porto Marghera un impianto — Ricicla — con una capacità di trattamento di circa 210. 000 tonnellate annue, che seleziona circa il 40% del multimateriale pesante proveniente dalla raccolta differenziata di sei province venete e di territori del Friuli-Venezia Giulia e del Trentino-Alto Adige, a cui si aggiungerà un nuovo stabilimento da 34 milioni di euro con una capacità di ulteriori 15-20mila tonnellate annue di plastiche da riciclo.
Nel complesso, l’Ecodistretto occupa oggi 25 ettari e conta 256 dipendenti. Sullo stesso porto transitano inoltre quantità rilevanti di rottami metallici.
Nessuno mette in discussione la necessità di recuperare materia anziché disperderla. Il punto, però, è un altro. È ragionevole concentrare proprio a Porto Marghera una quota crescente — e ormai misurabile in centinaia di migliaia di tonnellate annue — delle attività di trattamento degli scarti? È questa la vocazione che vogliamo assegnare a un’area strategica per l’economia veneziana e veneta?
L’incendio al terminal dei rottami metallici pone queste domande con forza. Ogni impianto industriale comporta rischi, ma quando in uno stesso territorio si sommano centinaia di migliaia di tonnellate annue di rifiuti trattati, biomasse di scarto e rottami stoccati, si crea un rischio cumulativo a cui vengono esposti abitanti e ambiente. Non basta affermare che gli impianti sono autorizzati. Occorre interrogarsi sul modello complessivo di sviluppo che si sta costruendo, sommando autorizzazione dopo autorizzazione.
Il vero problema è che Porto Marghera sembra ormai accettare qualsiasi investimento purché porti occupazione e movimentazione economica, senza una visione complessiva. Si procede per singoli progetti, senza chiedersi quale sarà il volto dell’area tra venti o trent’anni. Così una delle più preziose piattaforme industriali del Mediterraneo rischia di trasformarsi in un polo dedicato prevalentemente alla lavorazione degli scarti.
Eppure Porto Marghera possiede caratteristiche uniche: collegamenti ferroviari, autostradali e marittimi, vaste superfici produttive, infrastrutture energetiche e una posizione geografica strategica. Sono risorse che dovrebbero attrarre investimenti ad alto contenuto tecnologico.
Perché questo accada serve però ciò che oggi manca più di ogni altra cosa: un governo industriale. Non una sommatoria di autorizzazioni, ma una regia pubblica. Porto Marghera non ha bisogno di accumulare sempre nuovi scarti da trattare. Ha bisogno della materia prima più preziosa: la materia grigia. Servono competenze, progettualità e una visione che guardi oltre la prossima autorizzazione.
L’incendio di questi giorni dovrebbe essere letto come un campanello d’allarme. Non perché il riciclo sia un’attività da demonizzare, ma perché nessun territorio può rinunciare a decidere quale futuro costruire.
Porto Marghera merita molto di più del ruolo di retrobottega dell’economia circolare del Nord Italia. Altrimenti il rischio è che, mentre continuiamo a parlare di riconversione e sviluppo, il futuro veneziano assuma il colore del nero tossico che ha oscurato il cielo sopra le nostre teste.
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