Il partito dello scontro che alimenta la sfiducia

Insulti, polemiche e scaricabarile mentre il Paese affonda tra carovita e lavoro. E a nulla è valso il monito di Mattarella. Ora il rischio di un vicolo cieco in vista dei prossimi appuntamenti col voto

Francesco JoriFrancesco Jori
Il Parlamento italiano
Il Parlamento italiano

Rissa Continua. Un deleterio partito trasversale, da destra a sinistra, ha preso in ostaggio il Parlamento; con la perversa intenzione di tenercelo per un anno intero, fino alle prossime elezioni. Arruola nelle sue fila non solo sottocapi, mezzetacche e peones dei due schieramenti, ma i loro stessi leader: del tutto incuranti dei problemi reali di chi li ha votati, dal carovita al lavoro, dalla salute alla sicurezza. Peggio ancora, si fanno beffe perfino della massima carica dello Stato: il presidente della Repubblica li rimprovera e li richiama ai sacrosanti doveri; loro lo applaudono a scena aperta, e appena si gira riprendono ad azzuffarsi, come e più di prima.

È appena accaduto, con la severa strigliata di Mattarella al ceto politico: basta aggressività verbale, non cavalcare la scadenza elettorale, più attenzione ai problemi concreti della gente. Quasi nello stesso momento in cui rivolgeva questo messaggio, tanto alla Camera quanto al Senato si registrava lo sconfortante copione seriale di insulti, polemiche, scontri. Nel frattempo, tutti i partiti nessuno escluso toccavano i vertici dell’ipocrisia, plaudendo alle parole del presidente e dichiarandosi totalmente d’accordo con lui. Peccato che ciascuno di loro lo facesse con il più tipico atteggiamento da asilo infantile, del genere: “Non sono stato io, ha cominciato prima lui”.

Purtroppo è una deriva che viene da lontano. Non si può non richiamare l’urticante monito al Parlamento dell’allora presidente Napolitano, il 22 aprile 2013, nell’accettare il disperato invito dei partiti a rimanere al suo posto per un secondo mandato: denunciando in quell’inedita situazione “il punto di arrivo di una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità”, dovuto a “un paio di decenni di contrapposizione, fino allo smarrimento dell'idea stessa di convivenza civile, come non mai faziosa e aggressiva, di totale incomunicabilità tra schieramenti politici concorrenti”. Quel giorno i destinatari del messaggio gli tributarono un’autentica ovazione: quanto sta accadendo oggi dimostra in modo sconfortante quanto (non) ne abbiano tenuto conto.

Oggi più che mai i partiti si dedicano a un’ossessiva caccia al voto: incuranti del nefasto effetto che provocano tra i cittadini con questa prassi da wrestling verbale, e che a volte sconfina anche sul piano fisico. Così facendo finiscono per alimentare un dilagante clima di sfiducia e rifiuto delle istituzioni, come sottolineato sempre da Mattarella e documentato nel crescente astensionismo elettorale.

D’altra parte, la loro è una deriva che viene da lontano. Basti ricordare che per ben due volte, nel 2013 e nel 2022, il Parlamento si è rivelato incapace di eleggere un presidente della Repubblica; in entrambi i casi si è trascinato in ginocchio da quello uscente, implorandolo di rimanere al suo posto, a dispetto delle regole istituzionali. E già all’orizzonte si prospetta la scadenza dell’inizio del 2029, quando ci sarà da scegliere il successore di Mattarella. In vista della quale già sono in campo gli epigoni di Rissa Continua.

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