L’indegno gioco della politica su etica e fine vita
Sul suicidio medicalmente assistito in supplenza del Parlamento è più volte intervenuta la Corte Costituzionale, stabilendo principi stringenti, e vincoli precisi. Ma lasciando, necessariamente, spazi per una discrezionalità operativa che è all’origine dell’indecoroso spettacolo a cui i cittadini sono costretti ad assistere

Fine vita e fine pena. Due temi che si intrecciano, nella lettera inviata dal carcere di Padova in cui è detenuto da Paolo Bellini, dopo la condanna definitiva all’ergastolo per la strage di Bologna del 2 agosto 1980. Chiede una “eutanasia farmacologica”. Una richiesta disperata, nel senso etimologico del termine. Con una grossa questione etica: è umanamente accettabile una condanna che uccide ogni speranza di riscatto?
Ma l’eutanasia è una pratica suicidaria di cui, forse con una buona dose di ipocrisia o almeno di ottusità, nemmeno si parla in Italia. Dove si è ancora all’anno zero per una cosa assai diversa, e su cui non dovrebbe essere poi così difficile trovare un punto di incontro tra posizioni (legittimamente) diverse, cioè per il cosiddetto suicidio medicalmente assistito. Nonostante da anni la Corte Costituzionale prema sul Parlamento per far sì che finalmente voti una legge dello Stato in merito.
In supplenza del Parlamento è più volte intervenuta la stessa Corte, stabilendo principi stringenti, e vincoli precisi. Ma lasciando, necessariamente, spazi per una discrezionalità operativa che è all’origine dell’indegno spettacolo a cui i cittadini sono costretti ad assistere: un gioco indegno, che consente ai partiti di strumentalizzare un tema così drammaticamente delicato e divisivo pensando di lucrare una manciata di voti in più alle prossime elezioni, quando non per regolare conti aperti tra fazioni, all’interno dei partiti stessi. Facendone un’arma per una guerra per bande tra correnti.
È sconcertante anche la disputa tra livelli di decisionalità, quello nazionale e quello regionale, dopo i rilievi di carattere marginale, ma comunque da rispettare, della sentenza della Corte Costituzionale dopo il ricorso del patrio Governo (di destra) avverso regolamentazioni votate da due Regioni (amministrate dal centro-sinistra). Che non toccano in alcun modo i paletti posti dalla Corte Costituzionale, tentando solamente di rendere meno difficoltosa, e meno arbitraria, l’applicazione pratica dei principi sanciti dalla Corte stessa.
«Siamo seri!» esclama giustamente, con un imperativo esortativo, il giovane, e valente, presidente della Regione Veneto. Ma dov’è il pressing sul patrio Governo perché si faccia quella legge nazionale da parte dei partiti che amministrano la Regione, che sono gli stessi oggi comandano a Roma? Riuscirà la Regione ad approvare una regolamentazione che tenga conto anche di quei rilievi della Corte stessa? Questi partiti che ormai stanno perdendo ogni legittimità sul piano politico e civile, come dimostra la crescente disaffezione al voto da parte dei cittadini, fingono di non capire che maneggiano con troppa disinvoltura uno dei temi eticamente più rilevanti nella società contemporanea. Rendendo l’etica ostaggio della “politica politicante”, della bassa politica impegnata principalmente in faide tra capi bastone. Perché la questione del fine vita, così come in generale quelle bioetiche, costituiscono il maggior spartiacque, la più forte discriminante, tra la cultura laica e quella cattolica sul piano morale. Non poco. Strumentalizzarla invece che operare, in buona fede e con convinzione, per superarla, è davvero colpa grave e imperdonabile.
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