Il ceto medio impoverito chiede solo dignità

Scontiamo l’incapacità ad affrontare nodi strutturali che ci avviluppano: l’economia continua a crescere poco, la produttività rimane stagnante, il debito pubblico altissimo e i nodi del mercato del lavoro irrisolti. E così il ceto medio scompare

Massimiliano CannataMassimiliano Cannata
Alcune immagini della manifestazione della Coldiretti a Venezia (Foto Interpress)
Alcune immagini della manifestazione della Coldiretti a Venezia (Foto Interpress)

Erosione del potere d’acquisto, crollo verticale dei salari, il malessere dell’Italia che non arriva a fine mese ha ormai assunto dimensioni preoccupanti. Abbiamo vissuto sull’onda di una “buona narrazione”, che prende le mosse dopo la fase pandemica. Nel 2021 e nel 2022 il PIL era cresciuto del 3,7% e del 3,9% trainato dai consumi interni, dall’export, e dal flusso di investimenti pubblici legati al PNRR.

Il mantenimento di questo trend ha alimentato toni trionfalistici da parte dell’Esecutivo, esaltati dall’aumento degli occupati giunti a un livello mai registrato da quando esistono i rilevamenti ufficiali dell’ISTAT. Se però, al di là degli slogan, si prova a osservare la condizione reale di quasi 6 milioni di italiani che rinunciano alle cure mediche, di quei 5 milioni che vivono in povertà assoluta, lo scenario muta.

Scontiamo l’incapacità ad affrontare nodi strutturali che ci avviluppano: l’economia continua a crescere poco, la produttività rimane stagnante, il debito pubblico altissimo e i nodi del mercato del lavoro irrisolti. In particolare l’inflazione generata da fattori esogeni come la crisi energetica ha fatto saltare gli equilibri di un sistema contrattuale che, dopo la svolta del ’93 e il superamento della scala mobile, non è stato più ritoccato, risultando ormai sorpassato.

Gli esecutivi di oggi e di ieri si sono dimostrati molto più pronti ad adottare la politica dei bonus e delle misure di piccolo cabotaggio per favorire i soliti “protetti”, come dimostrano i 537 regimi fiscali vigenti orientati a proteggere “il particulare”. Intanto il ceto medio, storica cerniera produttiva dell’Italia, scompare. Impiegati, operai, insegnanti, pensionati sono i nuovi “tartassati”, che rievocano, con un riflesso dolce-amaro la celebre pellicola di Totò.

«L’aumento dei prezzi – spiega Leonzio Rizzo che con Marco Leonardi è autore del libro - inchiesta “Il prezzo nascosto” - sta pesando soprattutto su chi dedica gran parte del reddito ai beni essenziali. E quando gli stipendi recuperano l’inflazione, il fisco può assorbire una parte dell’aumento anche senza un miglioramento del potere d’acquisto: è questo il fiscal drag”. Parola chiave il cui vero significato sfugge ai più, ma che di fatto sta comportando un aumento delle imposte senza alcun incremento del salario reale».

Per far fronte a questo impatto, che incide più pesantemente sul tenore di vita dei lavoratori dipendenti, non risparmiando le fasce medio alte, servono rinnovi contrattuali tempestivi e scaglioni e detrazioni Irpef adeguati all’inflazione. Per chi non lavora o guadagna troppo poco queste misure dovrebbero essere accompagnate da sostegni al reddito e servizi accessibili: casa, sanità e asili, nel quadro di una politica del welfare di cui si sono perse le tracce.

Tutto questo potrebbe essere finanziato riallocando la pressione fiscale dal lavoro alle rendite. Si potrebbe così dare valore e dignità al lavoro, cercando di tamponare una rabbia sociale crescente, i cui effetti cominciano a vedersi nelle strade d’Italia e d’Europa, attraversate da una violenza che credevamo ormai abitasse un angolo lontano della memoria collettiva.

Riproduzione riservata © il Nord Est