Il fantasma del giorno dopo: perché l'asse a trazione contiana insidia il centrosinistra
Il Pd rincorre le frange radicali e rinuncia al ruolo di pivot riformista. Il potere di veto del M5s e la debolezza di un cartello puramente elettorale

Conte conta, e dà le carte. La “regola di Conte” si impone, e l’ex premier continua ad avanzare nella competizione per la leadership del campo largo – che, stando ai sondaggi, non riesce tuttavia ad allargarsi, a conferma delle difficoltà ad attirare consensi centristi per uno schieramento tutto spostato a sinistra. La “deposizione” davanti alla Commissione Covid – concepita, indiscutibilmente, anche per inscenare un “processo politico” nei confronti del suo secondo esecutivo – si è risolta, stanti le sue abilità retoriche e vari dati di fatto, in una contro-requisitoria dell’ex “Avvocato del popolo”, che ha cavalcato l’occasione trasformandola in una finestra di opportunità per mostrare la sua esperienza di governo, con l’implicito sottinteso che, invece, Elly Schlein non ne dispone. E, dunque, si potrebbe dire che un fantasma si aggira per le stanze di quello che costituisce un cartello elettorale assai più che una coalizione a tutti gli effetti.
Ovvero, il fantasma del giorno dopo (le prossime elezioni politiche). L’«alleanza» di sinistracentro viaggia verso la scadenza elettorale sospinta non da una visione comune, bensì da uno stato perenne di reattività, al cui centro non si ritrova il Pd, fulcro naturale per voti, struttura organizzativa e peso politico specifico, ma la traiettoria impressa da Conte al M5S.
Il centrosinistra ha coltivato a lungo l’ambizione di “civilizzare” il populismo, attraendolo nelle dinamiche rassicuranti dei vincoli di realtà e delle compatibilità istituzionali. Da qualche tempo, però, a prendere il sopravvento sono state le culture politiche di matrice populista e, così, il leader pentastellato, forte di un’abilità e di una spregiudicatezza tattiche significative, orienta in maniera decisiva l’agenda programmatica della coalizione.
Che si tratti di un welfare declinato in chiave assistenziale (senza alcuna visione di una politica industriale e di quanto serve per aumentare la produttività stagnante), di indirizzi di politica internazionale alquanto discutibili, di un “pacifismo” venato di sfumature anti-occidentali o di una concezione della giustizia intesa come tribunale mediatico, la linea la sta facendo Conte, “senza se e senza ma”, con il Pd all’inseguimento. Una rincorsa che snatura l’identità riformista e conduce a sposare un populismo (sebbene più soft di quello delle destre) utile a mobilitare le frange più radicali dell’elettorato sul breve termine, ma molto pericoloso per la costruzione di una cultura di governo credibile e duratura. La subordinazione all’agenda-Conte non è un incidente di percorso, ma il riflesso di una seria debolezza strategica. Il Pd della segretaria Schlein, «testardamente unitaria», arriva quasi a sciogliersi all’interno di questa coabitazione coatta, incapace di esercitare quel ruolo di pivot ideologico che fu proprio dell’Ulivo prodiano.
Di conseguenza, le difficoltà non risultano puramente aritmetiche – i numeri per competere con le destre ci possono essere –, ma sono costitutive della stessa concezione di questo cartello elettorale, cementato esclusivamente dall’essere “contro” chi si trova oggi al comando. Il potere di veto (e di ricatto) dei 5 Stelle e una coalizione a trazione contiana configurano così per i progressisti tutti i rischi di una potenziale vittoria di Pirro.
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